Veronica Franco ed il suo magico ruolo di musa ispiratrice

Pubblicato il 13 Maggio 2021 da Veronica Baker

“Così dentro e di fuor chiara e splendente
sarete d’ogni età vero ornamento
non pur di questo secolo presente…”

Veronica Franco – vv. 25 – 28, I, Terze Rime”


Veronica Franco
A Veronica è toccato il magico ruolo di musa ispiratrice…

Questi versi di Domenico Venier (dedicati a Veronica e riportati nella antologia “Terze Rime”) risuonano come un presagio, preannunciando l’orma indelebile che nel mondo delle lettere lascerà Veronica Franco.

Una voce femminile, a lungo ignorata ed ancora oggi poco nota soprattutto (e paradossalmente) proprio in Italia, nonostante la spontaneità della vena ispiratrice e la genuinità dei suoi componimenti.
Sicuramente a Veronica è toccato il magico ruolo di musa ispiratrice, fonte di nobili emozioni e di elevati sentimenti.

Ma è anche vero che ha dovuto conquistare, dimostrando di esserne all’altezza, il diritto ad esprimere il proprio sentire e la possibilità di essere considerata non oggetto letterario, ma soggetto pensante e narrante al pari di poeti e scrittori uomini.

Saffo, i cui splendidi versi sono stati fonte di ispirazione finanche per Catullo, uno dei più grandi poeti d’amore di tutti i tempi, fu protagonista vera.

Imponendosi all’attenzione del mondo della cultura ed ai gusti del tempo non solo come soggetto.
Ma anche (e soprattutto) immortalando il suo pathos erotico in versi indimenticabili.

La medesima intensità è presente nei versi di Veronica.


Donne provenienti da ogni estrazione sociale.

“Sacre”, vergini o suore come Enheduanna e Hildegard von Bingen.
“Sposate” come Christine de Pizan.
“Deprecabili”, come prostitute e cortigiane.

Finché le donne rimarranno divise in queste tre suddivisioni patriarcali di base, non saremo mai in grado di costruire il loro vero insieme tridimensionale.
Essendo frammentate al loro interno non potrà mai esistere una visione vera e solida di storie dal passato comune.

“Le donne non sono senza storia, non stanno fuori dalla storia.
Sono nella storia in una posizione speciale di esclusione in cui hanno sviluppato il loro modo di vivere, il loro modo di vedere, la loro cultura.”[1]

Introduzione

Narratrice :

Ho davvero passato molto tempo a studiare la vita di Veronica.
Un personaggio molto avanti rispetto al periodo in cui è vissuta.

Non era considerata onorabile.
Per possedere questo titolo una donna italiana del XVI secolo doveva essere dotata delle seguenti sei caratteristiche :

Castità
Silenzio
Modestia
Reticenza
Sobrietà
Obbedienza

In poche parole una moglie obbediente, una madre devota, una buona cristiana.

Veronica Franco
Non era considerata “onorabile”…

Al contrario Veronica è stata la più famosa cortigiana del Rinascimento veneziano.
Quindi disonorevole.

Unica figlia, aveva approfittato dell’educazione ricevuta dai suoi tre fratelli per studiare la cultura italiana, la letteratura greca e la storia romana.
Inoltre si narra che sapesse suonare il liuto e la spinetta, recitare e scrivere poesie, dipingere.

Per questo motivo Veronica ben presto si affermò come protagonista nella letteratura del XVI secolo.
Inizialmente conosciuta tra i letterati veneziani per la sua bellezza e per il suo acuto senso dell’umorismo, ad un certo punto guadagnò ampia notorietà grazie ai suoi componimenti amorosi.

Nelle sue poesie infatti esplorava la sua percezione dell’eros in modo molto più complesso di tutte le altre donne della sua cerchia professionale.

In altre parole, la sua professione accresceva l’interesse per l’erotismo.
Mentre la sua educazione le permetteva di coglierne e soprattutto di comprenderne il significato in un modo assolutamente unico.

La famiglia di Veronica

Veronica :

Sono nata da famiglia Franca.
Non siamo patrizi, infatti i nostri nomi non compaiono nel “Libro d’Oro di Venezia”.
Ma siamo cittadini veneziani di nascita.

Abbiamo persino il nostro stemma (o scudo) di famiglia, che tutti possono vedere “all’ingresso di Calle dei Franchi nella parrocchia di Sant’Agnese a Venezia” [2].
La mia famiglia, insieme a tutte le altre di “sottopatrizi”, è registrata nel “Libro d’Argento di Venezia”.

Narratrice :

Questo gruppo di sottopatrizi erano solitamente impiegati come burocrati governativi, oppure facevano parte di qualche ordine professionale.
Negati alle alte posizioni governative ed al voto al Gran Consiglio, questa casta (definita ereditariamente) occupava comunque posizioni importanti nelle “scuole grandi”, nelle confraternite veneziane e nella cancelleria.” [3]

Veronica :

Sono nata nel 1546, unica sorella di tre fratelli : Girolamo, Orazio e Serafino.
Il mio caro fratello Serafino è stato catturato dai Turchi nel 1570 e non so se in questo momento sia ancora in vita. [4]

Mio padre era Francesco Franco, figlio di Teodoro Franco e Luisa Federico.
Carissimo papà, non avrei mai potuto fidarmi di te lasciandoti la gestione del mio patrimonio. [5]

Mia madre Paola Fracassa era una “cortigiana onesta” come lo sono io.
Il suo nome era scritto nel “Catalogo di tutte le principal et piu honorate cortigiane di Venezia” nel 1565.
Purtroppo morì pochi anni dopo. [6]

Mi sono sposata in giovanissima età con il dottor Paolo Panizza, di professione medico.
Mia madre ha pagato una dote adeguata al mio matrimonio.
Non abbiamo avuto figli.

Mi sono separata da mio marito poco dopo il matrimonio per esercitare la professione di cortigiana.
Nel mio diciottesimo anno di vita sono rimasta incinta di uno dei miei amanti.
Probabilmente Jacomo Baballi, ma non sono mai stata completamente sicura di questo.

Scrissi la mie ultime volontà nell’Ottobre del 1564 come è usanza per le donne incinte.
Purtroppo si può sempre morire durante il parto.

“[Ho richiesto] che [Jacomo di Baballi, un nobile commerciante di Ragusa (Dubrovnik)] gestisca la cura e gli interessi finanziari del ragazzo o della ragazza che presto sarebbe nato, e come segno del [mio] amore [lasciato in eredità] a lui [il mio] diamante.” [7]

Mio figlio Achille è nato e mi sono ripresa bene dal parto.
Successivamente ho dato alla luce il mio secondo figlio Enea sei anni dopo.

Suo padre è Andrea Tron, che “[si sposò] con la nobildonna veneziana Beatrice da Lezze nel 1569”. [8]
Ho avuto sei figli in totale, ma purtroppo quattro di loro morirono poco dopo aver dato loro la luce.
Sono nati tutti di Venerdì. [9]

Narratrice :

È interessante notare che il film “Dangerous Beauty“, che si concentra principalmente sul periodo in cui Veronica era protagonista del salone letterario di Domenico Venier (circa 1570-1582), non mostra questa parte della sua biografia.
Nella “Lettera numero 39” a Domenico Venier, Veronica si scusa per non poter “adempiere [al suo] dovere di rispondere [alle sue] lettere molto gentili” spedite in precedenza.

Veronica :

“Ho trascurato di scriverti non per scelta ma contro la mia volontà, poiché la sventura mi è capitata in questi giorni.
La malattia dei miei due piccoli figli – uno dopo l’altro si sono spenti per sempre a causa di febbre e vaiolo.” [10]

Veronica : la cortigiana onesta

Narratrice :

Già agli inizi del XVI secolo, Marin Seruto, un patrizio e famoso diarista veneziano, registrò “con allarme che c’erano 11.654 prostitute in una città che aveva circa 100.000 abitanti.” [11]

Probabilmente un numero così elevato di donne vendeva sesso a Venezia semplicemente perché era la città decisamente più importante della costa occidentale del mare Adriatico.
Un grande porto, ed una città dedita principalmente al commercio.
E quindi chi arrivava in città per motivi di lavoro viaggiando senza la propria moglie cercava poi una compagna per la notte.

Ma potrebbe esserci un’altra ragione che ha permesso nel corso degli anni alla prostituzione di prosperare a Venezia :

Paradossalmente, le descrizioni dei viaggiatori stranieri sulle scene della vita quotidiana veneziana, in cui la cortigiana assumeva un posto di rilievo, spesso presentavano “la città di Venezia come un esempio di civiltà e di concordia sociale.” [12], [13]

Inoltre, sia il mito sociale della ricerca del piacere veneziano, sia il mito civico dell’armonia politica senza pari di Venezia ponevano simbolicamente la figura femminile in una posizione assolutamente centrale.
Nel sedicesimo secolo, l’icona femminile di Venezia, raffigurante l’ineguagliabile concordanza sociale e politica della repubblica, unì “in una figura civica una rappresentazione di Giustizia o Dea Roma con la Vergine Maria e Venere Anadiomene (la dea Afrodite).” [14]

L’icona femminile al centro della vita sociale veneziana…

Il mito civico veneziano quindi poneva apertamente l’icona femminile al centro della vita sociale veneziana.
Mentre allo stesso tempo la società confinava la donna patrizia “onesta” (figlia vergine, moglie e madre) all’interno della sfera privata.

Di conseguenze le donne che assumevano la parte femminile visibile nella vita pubblica di Venezia erano le “meretrici” e soprattutto le “cortigiane”.

Il contrasto tra la Vergine Maria e la Dea Afrodite (Venere Anadiomene) era quindi costantemente presente nella vita reale della Venezia del sedicesimo secolo.

Gli organi governativi della repubblica Serenissima cercavano sempre di regolare sia la vita che l’aspetto della “meretrice” e della “cortigiana”.

Infatti gli uomini patrizi erano spesso preoccupati che i turisti potessero confondere le cortigiane benestanti con le loro mogli patrizie.

D’altra parte, erano anche allarmati perché, oltre ad essere costosi, il “[sontuoso abbigliamento] delle cortigiane sfidava l’autorità maschile” [15] :

“La pesante spesa per gli abiti eleganti poteva essere vista come doppiamente assertiva, richiamando l’attenzione visiva sull’identità individuale e dimostrando il possesso autonomo della ricchezza.” [16]

Pertanto, le leggi del sagrato furono approvate non solo per “meretrici” e “cortigiane”, ma anche per le donne patrizie.
Tuttavia, le regole per prostitute e cortigiane erano più rigorose.

Non era permesso loro di indossare “abiti di seta” o di indossare “in qualsiasi parte della [loro] persona oro, argento, gioielli preziosi o addirittura falsi”, [17] e soprattutto perle.
Inoltre, le prostitute e le cortigiane non potevano entrare nelle chiese (cattoliche) durante le celebrazioni principali.

La definizione di “meretrice” (donna che vende solo servizi sessuali) e “cortigiane” (o “meretrice sumptuousa”, prostituta di lusso o come si direbbe oggi escort), il loro aspetto e comportamento erano regolati dalle leggi veneziane.
Ma “la cortigiana [onorata] non ha mai ricevuto una precisa definizione legale nelle sentenze del senato del sedicesimo secolo.” [18]

Mentre le cortigiane in generale vivevano in splendore e venivano educate in una certa misura, le “cortigiane oneste”, le onorate (privilegiate, ricche, riconosciute) erano quelle che “avevano vita intellettuale, [suonavano] musica e conoscevano la letteratura greca e romana, nonché del presente, [si sono] mescolate a pensatori, scrittori e artisti.” [19]

Volere è potere Her Own Destiny
Jacopo Tintoretto (Robusti) : Veronica Franco

Veronica :

Ah, le leggi sontuose !
In quale altro modo questi gentiluomini suggerirebbero alle cortigiane di intrattenerli se non con il nostro bell’aspetto e con l’abbigliamento impeccabile e lussuoso ?

Certo, aggiungo a tutto questo il mio ingegno e la mia conoscenza della letteratura.
Ma chi ascolterebbe una donna mal vestita, non importa quanto sia brillante ?
Il mio carissimo amico Tintoretto mi ha persino dipinto con le perle.

“Ti giuro che quando ho visto il mio ritratto, opera della mano divina del [maestro Tintoretto], mi sono chiesta per un po’ se fosse un dipinto od un’apparizione innanzi a me da un inganno del diavolo, non per farmi cadere innamorata di me stessa, come è successo a Narciso (perché, grazie a Dio, non mi considero così bella che ho paura di impazzire per i miei stessi incantesimi).” [20]

Il Maestro Tintoretto si concentra “interamente sui metodi di imitazione – no, piuttosto che superare – la natura, non solo in ciò che può essere imitato modellando la figura umana, nuda o vestita…ma anche esprimendo stati emotivi.” [21]
Sì, sono una cortigana onesta come mia madre.

E puoi trovare il mio nome nel “Catalogo di tutte le principal et piu honorate cortigiane” del 1565.
Nei miei tempi migliori ero ammirata, elargita di doni ed elogi da molti nobili patrizi veneziani.
Ho anche intrattenuto e scambiato doni con sua maestà il re di Francia Enrico III, mentre visitava Venezia nel 1574. [22]

Ma non esiste un destino felice per una cortigiana.
“Anche se il destino dovrebbe essere completamente favorevole e gentile per una giovane donna, questa è una vita che si rivela sempre una sofferenza.
È una cosa molto difficile, contraria alla ragione umana, sottoporre il proprio corpo ed il proprio lavoro ad una schiavitù terrificante persino da pensare.

Rendersi preda di così tanti uomini, a rischio di essere spogliate, derubate e persino uccise.
In modo che un uomo, un giorno, possa strapparti via tutto ciò che hai acquisito da così tanto tempo, insieme a così molti altri pericoli di lesioni e terribili malattie contagiose.

Mangiare con la bocca di un altro, dormire con gli occhi di un altro, spostarsi di conseguenza secondo la volontà di un altro, correndo ovviamente verso il naufragio della tua mente e del tuo corpo – quale grande sofferenza ?
Quale ricchezza, quali lussi, quali delizie possono superare tutto questo ?
Credetemi, tra tutte le calamità del mondo, questa è la peggiore.” [23]

Ho assunto Ridolfo Vannitelli come tutore per mio figlio Enea.
Ad un certo punto ho capito che lui e la mia cameriera Bortola avevano rubato alcuni miei oggetti di valore nel Maggio del 1580.

Certe persone possono diventare senza cuore e davvero meschine.
Vannitelli ha ribattuto alla mia legittima accusa denunciandomi alla Corte di Inquisizione veneziana.
Nell’Ottobre dello stesso anno sono stata chiamata a comparire davanti al tribunale con l’accusa di stregoneria.

Vannitelli :

“Se questa strega, questa prostituta pubblica, falsa ed imbrogliona non verrà punita, molte altre inizieranno ad avere lo stesso comportamento nei confronti della Santa Chiesa cattolica.”

Veronica :

Ho dovuto difendermi “non solo contro le accuse vendicative di Vannitelli che attestano il [mio] comportamento “disonesto”, ma anche contro le accuse di eseguire incantesimi magici nella [mia propria] casa.”[24]


I confess I had taught a different way of life.
One I resisted at first but learned to embrace.

I confess I became a courtesan.
Welcomed many rather than be owned by one.
I confess I embraced a whore’s freedom over a wife’s obedience.

I confess I find more ecstacy in passion than in prayer.
Such passion is prayer.

I confess I pray still to feel the touch of my lover’s lips.
His hands upon me, his arms enfolding me…
Such surrender has been mine.

I confess I pray still to be filled and enflamed.
To melt into the dream of us, beyond this troubled place, to where we are not even ourselves.
To know that always, this is mine.
If this had not been mine – if I had lived any other way  – a child to her husband’s will, my soul hardened from lack of touch and lack of love…

I confess such endless days and nights would be a punishment far greater than you could ever met out.
You, all of you, you who hunger so for what I give yet cannot bear to see that kind of power in a woman.
You call God’s greatest gift – ourselves, our yearning, our need to love – you call it filth and sin and heresy…

I repent there was no other way open to me.
I do not repent my life.

Veronica FrancoDestiny of her own



Narratrice :

Veronica fu assolta.
In parte grazie alle sue potenti connessioni con uomini patrizi ed in parte grazie alla sua legittima difesa.
Ma la sua splendida vita di sontuosa ed onorata cortigiana era ormai terminata.

Dal suo rapporto fiscale del 1582, è evidente che stava già affrontando difficoltà finanziarie.
Questa rovinosa caduta fu probabilmente il risultato di diverse cause.

La sua dote ed alcuni altri beni le furono sottratti : nonostante diversi rapporti ufficiali di furto e rapina, non riuscì mai a recuperare gli oggetti rubati.
Inoltre Venezia trovò grandissime difficoltà a risollevare la sua economia che proprio in quel periodo fu letteralmente rasa al suolo dalla terribile epidemia di peste nera (che come ben noto aveva una mortalità intorno al 50%).
Inoltre il suo principale benefattore Domenico Venier morì proprio nel 1582.

La poetessa Veronica

Narratrice :

Veronica pubblicò una raccolta di poesie chiamata “Terze Rime” nel 1575.
Molto probabilmente era una antologia (auto)pubblicata grazie al finanziamento e la sponsorizzazione del suo mecenate Domenico Venier.
Veronica non è stata l’unica poetessa cortigiana a pubblicare la sua collezione di poesie.
Ad esempio anche Tullia D’Aragona, “un’altra poetessa cortigiana ha scritto una raccolta simile.” [25]

Veronica ha anche curato diverse antologie in onore di uomini diversi.
Nelle sue “Lettere familiari” e in alcuni dei suoi “Capitoli”, leggiamo delle sue richieste a Domenico Venier e ad altri di contribuire con le loro poesie alle raccolte a cui stava lavorando.

“Il fatto che sia riuscita a realizzare i suoi progetti è confermato dalla presenza di edizioni e manoscritti nella Biblioteca Nazionale Marciana di Venezia.” [26]

Questi testi suggeriscono che sicuramente era ben introdotta nei circoli letterari di Venezia.
Frequentò il rispettato salone letterario di Domenico Venier dal 1570 al 1580 quando furono pubblicati tutti i suoi progetti letterari.

“Ca’ Venier fu il luogo di ritrovo più importante a Venezia per intellettuali e scrittori durante la metà del XVI secolo, con la possibile eccezione della fine del 1550, quando fiorì l’Accademia della Fama.
Ma la famiglia Venier sopravvisse alla fine dell’Accademia nel 1561.” [27]

Domenico Venier fu mentore di molti poeti e scrittori tra cui diverse donne tra cui Moderata Fonte, Irene di Spilimbergo, Gaspara Stampa, Tullia d’Aragona, Veronica Gambara.
E’ per altro interessante notare che non è menzionata nessuna di queste donne negli scritti di Veronica.

La maggior parte degli intellettuali associati a Ca’ Venier respingeva le forme poetiche che si ispiravano al Dolce Stil Novo del Petrarca.
Sotto l’influenza di Domenico Venier il cui “interesse [era] nel recuperare modelli poetici da una tradizione volgare romantica, [i poeti di” Ca’ Venier “] si sono rivolti verso altre forme di poesia come odi, madrigali ed elegie, che attirarono da autori precedenti – non solo poeti elegiaci classici ma anche trovatori provenzali.” [28]

Veronica :

Scrivo principalmente in forma “Capitolo”, “una forma in versi usata dai poeti provenzali del XIII secolo per il dibattito letterario.” [29]

Il “Capitolo” è scritto in versi di undici sillabe e segue il modello a tre strofe di rime intrecciate (aba , bcb, cdc, …).
Il modo “proposta / risposta” del “Capitolo” era estremamente popolare tra i membri del nostro gruppo, i “Ca’ Venier”.

1. “S’esser del vostro amor potessi certa  A
2. per quel che mostran le parole e il volto,  B
3. che spesso tengon varia alma coperta ;  A
4. Se quel, che tien la mente in sé raccolto,  B
5. mostrasson le vestigie esterne in guisa  C
6. ch’altri non fosse spesso in frode colto,  B…”

Narratrice :

Veronica usa questa forma poetica in tutta la sua raccolta di poesie in “Terze Rime”.
Scambia versi con diversi poeti, tra cui Domenico Venier, Marco Venier e Maffio Venier, i cui “Capitoli” (ad eccezione del poema di Maffio Venier “Veronica, Ver Unica Puttana”) compaiono accanto ai suoi.

Veronica :

Marco…il magnifico Marco Venier, nipote di Domenico, rispettato patrizio della nostra amata Venezia. Abbiamo avuto…una relazione intrigante.

Narratrice :

Questo dialogo poetico con Marco Venier, supportato da alcuni altri “capitoli” in “Terze Rime”, ha probabilmente ispirato lo sceneggiatore del film “Dangerous Beauty”.
La romantica storia tra Veronica e Marco è una delle possibili interpretazioni delle sue poesie d’amore.

Sarebbe davvero molto bello che la fine della vita reale di Veronica fosse felice come quella nel film “Dangerous Beauty”.
Le immagini finali – una gondola dove i due amanti si abbracciano appassionatamente ed un sfondo di canali e palazzi veneziani – fanno presagire un futuro dove Veronica e Marco sarebbero stati amanti per sempre.
Come in una bellissima fiaba.

Margaret Rosenthal non finisce diversamente il suo libro “The Honest Courtesan”, descrivendo nel capitolo finale una analisi letteraria “romantica” dell’ultima poesia di Veronica “Capitolo 25”.
Una lode della villa Fume nella campagna di Verona dove rimase durante gli anni della peste nera.

Tuttavia, la vita di Veronica non finì tra le braccia dell’amato o nella splendida campagna.
Non sappiamo infatti esattamente dove, come ed in quali condizioni morì nel 1591.

Dato che aveva già avuto problemi finanziari nove anni prima della sua morte (come visto nel rapporto fiscale del 1582), molto probabilmente morì in un ambiente molto meno piacevole di quello presentato sia da “Dangerous Beauty” che da Margaret Rosenthal.

Come la maggior parte delle cortigiane che avevano improvvisamente perso tutti i loro averi, Veronica Franco probabilmente morì in un quartiere povero di prostitute a Venezia, dimenticata dai potenti patrizi che la avevano al contrario ammirata al culmine della sua carriera come onorata cortigiana di Venezia.

“Nessun poema, nessuna lettera è stata scoperta quando è stata registrata la sua morte.
Solo il funzionario incaricato dei registri dei decessi a Venezia ha inserito l’evento nel suo registro : … 1591, 22 luglio. La signora Veronica Franco, quarantacinque anni, è morta di febbre il 20 luglio. Sepolta nella chiesa di Saint Moisé.” [30]

Veronica e le donne

Narratrice :

“Sebbene [Veronica] fosse per necessità una individualista che si faceva strada da sola, pensava anche alle donne in un modo “noi plurale”.
Come cortigiana, scrisse della situazione delle donne che condividevano la sua professione ed, oltre a questo argomento, parlò della situazione delle donne in generale.” [31]

Già nelle sue due prime ultime volontà è possibile leggere della sua preoccupazione per le giovani povere donne che non potevano permettersi una dote sufficiente per un matrimonio decente.

Veronica :

La mia prima preoccupazione è sempre stata quella di provvedere alla mia famiglia.
Ma non dimentico mai altre donne più sfortunate di me.
Assicurerei una dote a questa o quella ragazza o donerei denaro alla Casa delle Zittelle, “un’istituzione di beneficenza fondata per proteggere le ragazze povere e non sposate, al fine di prevenire la loro perdita di castità e la conseguente perdita della possibilità di matrimonio.” [32]

Le madri povere vedono spesso l’unico rifugio dalla loro miseria trasformando le loro giovani figlie in cortigiane.
Oh, ho scritto molte volte, ho implorato queste madri ingenue di “non distruggere con un solo colpo [la loro] anima e reputazione insieme alle [loro figlie]…[Parlano] di fortuna ma [continuo a dirglielo] non c’è niente di peggio che rinunciare alla fortuna che può portare più facilmente guai che benefici.
Le persone sensibili, al fine di evitare di essere ingannate, costruite su ciò che hanno dentro di loro e su ciò che possono fare di se stesse.” [33]

Oh, la miserabile vita di una cortigiana, i pericoli, le ingiustizie, le false accuse…

“Ver unica” e ‘l restante mi chiamaste,
alludendo a Veronica mio nome,
ed al vostro discorso mi biasmaste ;
ma al mio dizionario io non so come
“unica” alcuna cosa propriamente
in mala parte ed in biasmar si nome.
…….
Quella di cui la fama è gloriosa,
e che in bellezza ed in valor eccelle,
senza par di gran lunga virtuosa,
“unica” a gran ragion vien che s’appelle
……..
L’”unico” in lode e in pregio vien esposto
Da chi s’intende;………” (XVI, vv. 140 – 156)[34]

Veronica Franco
“Quando ancor armate ed esperte siam noi”…

Narratrice :

Quando Veronica scrisse il famoso verso : “Quando ancor armate ed esperte siam noi“, non intendeva certamente ad alcuna abilità fisica.
Ovviamente alludeva all’educazione scolastica delle donne che ai suoi tempi non esisteva in modo sistematico.

Non sappiamo se avesse ricevuto un’istruzione formale (esistevano alcune rare scuole per ragazze).
È più probabile che la sua cultura fosse un mosaico delle lezioni dei suoi fratelli, degli insegnamenti di sua madre (come onorata cortigiana doveva avere una certa conoscenza della letteratura, greca e latina) ed, infine, di ciò che aveva imparato nel circolo letterario di Domenico Venier.

L’Italia del Cinquecento ha sicuramente fornito terreno fertile alle diverse donne di ogni estrazione sociale che successivamente sono diventate conosciute come scrittrici e poetesse.
Due fattori principali hanno contribuito alla disposizione favorevole della società di allora verso le donne e ai loro lavori letterari.

Seguendo l’esempio e le idee di un umanista dell’inizio del XVI secolo (Pietro Bembo), i letterati iniziarono a scrivere in italiano piuttosto che in latino.
Iniziò quindi a fiorire una diffusa produzione letteraria in toscano ed in dialetto veneziano.

In questo modo molte più donne (che appunto non avevano avuto alcuna educazione scolastica e quindi non potevano conoscere il latino) furono in grado di leggere le nuove produzioni letterarie.

E nello stesso periodo, anche grazie alla scoperta ed alla diffusione della stampa, sono diventate sempre più disponibili copie di testi letterari.
D’altra parte, nello stesso periodo alcuni umanisti Rinascimentali hanno iniziato a riconoscere le donne come individualità con “le stesse capacità spirituali e mentali degli uomini e [hanno ammesso che anche le donne] possono eccellere nella saggezza e nell’azione. Uomini e donne possiedono la stessa essenza.” [35]

Conclusione

Narratrice :

Le poesie di Veronica Franco nelle “Terze Rime” e le sue lettere in “Lettere familiari a varie persone” rappresentano la “storia perfetta” [36] della cortigiana e poetessa, di una singola donna la cui vita era ben intrecciata nel tessuto di Venezia nel seconda metà del XVI secolo.

Ha osato alzare la voce quando le donne dovevano essere silenziose.
E’ riuscita a perseguire una vita intellettuale e pubblica quando le donne erano rinchiuse nella sfera domestica.
E celebrava apertamente la sessualità femminile quando la castità era una delle più alte virtù che le donne potevano raggiungere.

In poche parole ha usato gli stessi strumenti usati dagli uomini per promuovere la causa delle donne.
Per difenderle dagli attacchi misogini e per ampliare la comprensione delle donne come individualità che possiedono non solo un corpo ma anche una mente.

La miscela di ragione e sensualità, presente negli scritti di Veronica, è ciò che mi affascina in modo particolare.
Credo che questa fusione sia un gioiello estremamente importante nell’arazzo della visione femminile.


Note

[1] Sigrid Weigel, Double Focus : On the History of Women’s Writing in Feminist Aesthetics (a cura di Gisela Ecker, tradotto dal tedesco da Harriet Anderson), Beacon Press, Boston, 1985, p.61

[2] Secondo lo studioso italiano Guiseppe Tassini, questo stemma esiste ancora nella posizione citata. La citazione è di Margaret F. Rosenthal, The Honest Courtesan : Veronica Franco, cittadina e scrittrice nella Venezia del XVI secolo , University of Chicago Press, 1992, p. 66

[3] Ibid.

[4] Ibid., P. 78-79

[5] Margaret Rosenthal racconta che nella Seconda Volontà di Veronica del 1 ° novembre 1570, “nonostante la sua pretesa di essere il suo “carissimo padre “, il modo in cui gli assegna i suoi soldi fa sembrare che lo faccia non fidarti di lui. (p. 81) Ma Rosenthal e la stessa Veronica (secondo Rosenthal) non forniscono la ragione di questa sfiducia. Forse era un ubriacone come ci informa il film su Veronica intitolato “Dangerous Beauty” (diretto da Marshall Herskowitz, 1997).

[6] Al tempo della Prima Volontà di Veronica il 10 agosto 1564, sua madre era ancora viva. Morì qualche tempo prima della Seconda Volontà di Veronica, scritta il 1 novembre 1570.

[7] Irma B. Jaffe, Shinning Eyes, Cruel Fortune: The Lives and Loves of Italian Renaissance Women Poets, Fordham University Press, New York, 2002, p. 341

[8] Rosenthal, pag. 80

[9] Dalla testimonianza di Veronica al processo dell’Inquisizione nel 1580, come riferito da Rosenthal in The Honest Courtesan , p. 83

[10] Veronica Franco, Familiar Letters to Various People (1580), a cura e tradotto da Ann Rosalind Jones e Margaret F. Rosenthal, Veronica Franco : Poesie e lettere selezionate, University of Chicago Press, 1998, pp. 23-46

[11] Rosenthal, pag. 11

[12] Ibid, p. 12

[13] La Venezia del sedicesimo secolo era una repubblica indipendente, organizzata come un insieme di magistrature e consigli, governata dal Doge che era eletto a vita dal Gran Consiglio, composto da 26 membri eletti patrizi. Il successivo importante organo governativo fu il Senato veneziano con 150-200 membri eletti da tutti i patrizi di Venezia.

[14] Rosenthal, pagg. 12-13

[15] Ibid, p. 69

[16] Ibid, p. 69 Rosenthal citando Chojnacki

[17] Ibid.

[18] Ibid, p. 67

[19] Ann Rosalind Jones e Margaret F. Rosenthal, “Introduzione : The Honorored Courtesan” in Veronica Franco: Poesie e lettere selezionate , University of Chicago Press, 1998, p. 3

[20] “Letter 21” in Rosenthal & Jones, pag. 37

[21] Ibid.

[22] Mentre ci informa nella sua pubblicazione di “Familiar Letters to Various People” nel 1580, Jones & Rosenthal, p. 24

[23] “Letter 22” in Jones & Rosenthal, pag. 39

[24] Nel film “Dangerous Beauty”, l’accusa per motivi di incantesimi magici non viene menzionata ; la sceneggiatrice si è concentrata solo sul “suo comportamento” disonesto”. Tuttavia, l’arguta difesa di Veronica è chiaramente rappresentata in questo film, così come nell’interpretazione del Rosenthal delle trascrizioni italiane del processo.

[25] Jones & Rosenthal, pag. 13

[26] Ibid, p. 89

[27] Ibid, p. 211

[28] Jones & Rosenthal, pag. 7

[29] Jaffe, pag. 364

[30] Jones & Rosenthal, pag. 3

[31] Ibid, p. 38

[32] “Letter 22” in Jaffe, p. 340

[33] Terze Rime,

[34] Margaret L. King e Albert Rabil, Jr., “L’altra voce nella prima Europa moderna : introduzione alla serie”, University of Chicago Press, 1998, p. xix

[35] Citato in Jaffe, pp. 25-26

[36] Cita Francis Bacon per il termine “storia perfetta”.



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