Una visione distorta

Pubblicato il 25 Maggio 2019 da Veronica Baker

We don’t see things as they are, we see them as we are.

Anaïs Nin


Talvolta ripenso alle 64 caselle.
Al tempo dedicato a giocare, ad analizzare, a studiare.

Ed al freddo distacco che invece provo ora nei confronti di tutto ciò che sta intorno al cosiddetto Nobil Giuoco.

In quel periodo vedevo gli scacchi in una maniera poetica, oserei dire tenero.
Ma il sentimentalismo se ne è ormai andato da un bel pezzo.

Raffiguravo la scacchiera come la persona amata, esattamente come il primo giorno.
Bella, sorridente e felice.
Anche quando il peso degli anni si faceva sempre più sentire e la sua bellezza stava ormai sfiorendo nel tempo.

Oggi invece che sono completamente estranea a quel mondo la vedo per quella che è in realtà è.
Sfiorita, invecchiata ed in sovrappeso.

Infatti quando guardiamo il mondo solo dall’interno percepiamo quasi sempre una visione distorta della realtà.
Mentre dall’esterno, ahimè, ne osserviamo l’oggettività.


Una visione distorta
Esclusivamente puro calcolo matematico…

In passato gli scacchi erano considerati contemporaneamente sia sport che arte.
I cardini della scuola sovietica che nel corso degli anni ha prodotto centinaia e centinaia di magnifici giocatori.
Ma oggi è diverso.

Non più manovre armoniche, non più geometrie perfette, idee fantasiose, combinazioni brillanti.
Ma esclusivamente puro calcolo matematico.

Va molto di moda oggi dire che gli scacchi non sono più poesia.
Solo ricerca della verità assoluta.

Le valutazioni della macchina in centesimi sono leggi inalienabili.
Ed un uomo può (anzi deve !) raggiungere la perfezione solo eguagliando la macchina nel calcolo.

Una visione distorta

Ormai nessuno è interessato al fattore estetico.

Ma esclusivamente al risultato finale.
Da ottenere in qualsiasi modo possibile.

Nessuno è più affascinato dalla bellezza del gioco.
Ma solo a tirare pugni sull’orologio.

Oggi infatti spesso si assiste a partite fra Grandi Maestri – anche di alto livello – dove predomina esclusivamente il fattore tempo.
Le speculazioni sullo Zeitnot ovviamente ci sono sempre state ed hanno sempre fatto parte del gioco.

Ma i Grandi Maestri di un tempo – quelli con la M maiuscola – nella stragrande maggioranza di queste situazioni piuttosto che muovere i pezzi senza costrutto per ore ed ore si sarebbero accontentati di un pari.

Questo è uno dei motivi (non certo l’unico, ma il più importante sicuramente) per cui gli scacchi sono degenerati in qualcosa che non si può più chiamare sport (anche se la presenza di un esasperato agonismo rende la questione molto complessa e non trattabile in poche righe) né tantomeno arte.

Ma semplicemente un gioco, sia pur interessante e – per certi versi – ancora molto affascinante.



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