Time in a bottle

Pubblicato il 8 Maggio 2021 da Veronica Baker

If I could save time in a bottle
The first thing that I’d like to do
Is to save every day
Till Eternity passes away
Just to spend them with you

Jim CroceTime in a bottle


All’epoca dei fatti ero poco più di un’adolescente.

A distanza di anni il mio subconscio iniziò a mandarmi un messaggio ben preciso riguardo quel triste periodo.
Ma costantemente lo ignoravo.
Anzi, lo sopprimevo.

Irrigendomi ogni volta sempre di più.
Diventando sempre più dogmatica nei miei pensieri.

Ero diventata improvvisamente statica.
L’impersonificazione del cambiamento, del coraggio e della modernità improvvisamente paralizzata ed indecisa.


Novembre 10, 2009


21 Novembre 1993.
Una Domenica piovosa di fine autunno.

Sto camminando per la città senza una meta ben precisa.
Ad un certo punto vedo una ragazza dai capelli neri, ricci, molto alta.

Teneva in mano un poster di un dinosauro.
La sua amica vicino a lei faceva lo stesso.

Mi fermo.
Le chiedo che significato avevano quei poster.

Mi risponde che ero finita nel “parco dei dinosauri”.
Mi metto a ridere chiedendole se mi stesse prendendo in giro.

Un incontro inaspettato

Dopo una buona mezz’ora ci scambiammo i numeri di telefono con la promessa di risentirci al più presto.

Time in a bottle
Mi avevano colpito molto queste parole…

Alla fine presentandosi disse : ”Mi chiamo Vera, come l’acqua, e come mi sembri tu come persona. Non ho mai visto fino ad ora nessuno come te”.

Avevo conosciuto quella che sarebbe diventata la mia adorata sorellina.

Alla sera non riuscivo a chiudere occhio.
Non pensavo che a lei.

Superata la iniziale timidezza la ricontattai.
Il sabato successivo uscimmo per andare in centro a fare compere.
Fare shopping insieme, andare in pizzeria, uscire, ascoltare musica, stare insieme a parlare per ore.

Finalmente ero felice.

Anche lei lo era.
Ma continuava a dirmi che avrei potuto cambiare.

Il motivo : la sua vita incasinata.
Vero.

Difficile trovare una casa.
Un lavoro normale.
Ci si deve arrangiare e fare di necessità virtù.

Ovviamente lo sapevo.
E segretamente di nascosto nella mia camera piangevo per le ingiustizie della vita.

Un giorno non ero riuscita a resistere.
E sul punto di salutarci dopo un pomeriggio ed una serata passata sul Garda a Sirmione scoppiai in un pianto dirotto.

Aveva capito subito il motivo.
Spiegandomi che non si poteva fare niente, di fare finta di non vedere.
Ma non ci riuscivo.

Dovevo trovare una soluzione.

Un terremoto nella mia vita

La mia richiesta di aiuto si trasformerà ben presto in un boomerang.
Non me lo aspettavo proprio.

Ma il peggio doveva ancora arrivare.

Time in a bottle Her Own Destiny
Non dimenticherò mai quel giorno terribile…

Doveva scomparire dalla mia vita.
Abbandonarla.

Senza incontrarla mai più.

Non dimenticherò mai quel giorno terribile.
All’insaputa della mia mamma mio padre mi diede calci e pugni.

Per farmi capire fisicamente che io avrei “dovuto” fare così.
Altrimenti mi avrebbe buttato fuori di casa.

Piansi, piansi.
Per una notte intera.

Mi costrinse a giurare che non l’avrei mai più rivista.
Per la prima volta nella vita mentii.

Anche questo tentativo era fallito.

Il suo mondo

Per prima cosa dovevo capire meglio.

All’apparenza tutte felici, contente e spensierate.
Ma in fondo molto tristi.

Fragili come una farfalla.
In balia delle onde della vita.

Un destino senza futuro.
Cinico e crudele.

Si ride e si scherza.
Perché questa è la vita.
Da qui non si può scappare.

Un mondo di sofferenza.
Che io iniziai ad amare.
Che sentivo in fondo mio.

Time in a bottle
Un mondo di sofferenza…

In questo scenario la prima cosa che potevamo fare era trovare un modo per potersi arrangiare.

In fondo qualche cosa riuscivo a guadagnare anche se studiavo.
Lezioni, ripetizioni.
Questa era una parte, non sufficiente però.

Fortunatamente lei aveva una professione.
Estetista, truccatrice.

Che avrebbe potuto garantirle da vivere.
A patto di avere qualcuno che la aiutasse, soprattutto moralmente.

A casa naturalmente la mia mamma ogni tanto mi faceva domande.

Negavo sempre.
Una spada nel cuore che mi trafiggeva.

Ma non avevo alternative.

Ed in fondo lei sapeva che mentivo.
Mi conosceva troppo bene.

Una vicenda atroce

Un altro fatto doveva scuotere la mia vita.
La mia mamma si ammalò di un tumore maligno ai polmoni.

Abbiamo combattuto.
Abbiamo lottato.
Nulla da fare.

La mia mamma si spegneva lentamente.
L’illusione della prima guarigione.

La malattia si aggrava.
Giorni e giorni in ospedale.
Speranze che si affievoliscono.

Il ritorno a casa.
C’è poco da fare, il decorso è irreversibile.

L’irreparabile successe

Pomeriggio del giorno di Santo Stefano.
Ero appena tornata dalla farmacia.

Time in a bottle
Un ultimo alito di vita…

Il suono dell’ambulanza a sirene spiegate.
Quando lo sento ancora oggi mi fa accapponare la pelle.

La corsa disperata all’ospedale più vicino.
Mio padre che se ne va via subito con altri parenti, con la scusa che non poteva sopportare il dolore.

Lasciandomi completamente da sola.

Sola nella sofferenza.
Nel momento del dolore più atroce.

Uno strazio.
Non potevo e non volevo piangere, anche se ero disperata.

L’agonia durò poco.
L’impressione di un sorriso.

Un ultimo alito di vita.
E si addormentò per sempre.

Piansi, piansi tanto.
Prima di riuscire a telefonare a casa per dare la triste notizia.

Da quel momento non sono più riuscita a piangere.

Mai più.
Vorrei tanto riuscirci di nuovo.



Veronica


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