Pregiudizi e stereotipi

Pubblicato il 20 Giugno 2022 da Veronica Baker

Non credere che si possa diventare felici
producendo l’infelicità altrui.

Lucio Anneo Seneca


Pregiudizi e stereotipi

Introduzione

Pregiudizi e stereotipi
Tutte le società producono stranieri…

Tutte le società producono stranieri : ma ognuna ne produce un tipo particolare, secondo modalità uniche e irripetibili.

Se si definisce “straniero” chi non si adatta alle mappe cognitive, morali od estetiche del mondo e con la sua semplice presenza rende opaco ciò che dovrebbe essere trasparente ; se gli stranieri sono persone in grado di sconvolgere i modelli di comportamento stabiliti e costituiscono un ostacolo alla realizzazione di una condizione di benessere generale.

Se compromettono la serenità diffondendo ansia e preoccupazione e fanno diventare seducenti esperienze strane e proibite ; se, in altri termini, oscurano e confondono le linee di demarcazione che devono rimanere ben visibili ; se, infine, provocano quello stato di incertezza che è fonte di inquietudine e smarrimento – allora tutte le società conosciute producono stranieri.

Il procedimento seguito per tracciare i confini e disegnare le mappe cognitive, estetiche e morali, stabilisce fin dall’inizio gli individui destinati a rimanere ai margini o fuori degli schemi di una esistenza ordinata e dotata di senso : gli stessi che in seguito saranno accusati di causare i disagi più fastidiosi ed insopportabili.

L’incubo ossessivo che ha attraversato il nostro secolo, tristemente noto per i suoi orrori e terrori, strumenti di morte e tristi premonizioni, è stato compendiato nel modo migliore da George Orwell nella memorabile immagine dello stivale militare che calpesta un volto umano.

Nessun volto era al sicuro : chiunque poteva essere accusato di aver trasgredito o infranto regole e confini.

Poiché l’umanità sopporta male i confini ed i limiti e gli uomini che li oltrepassano diventano “stranieri”, tutti avevano ragione di temere lo stivale capace di schiacciare il volto estraneo nella polvere, di calpestarlo fino a fargli perdere i connotati dissuadendo così gli altri dall’attraversare illegalmente le frontiere.

Gli stivali militari fanno parte delle uniformi.
Elias Canetti le ha definite una volta “uniformi assassine”.

Ad un certo punto del nostro secolo è diventato chiaro a tutti che gli uomini da temere maggiormente erano quelli in uniforme.
Le uniformi erano i simboli dei servitori dello stato, inteso come fonte di tutti i poteri, e soprattutto del potere coercitivo sostenuto dall’autorità legittima di “auto-assolversi dall’accusa di crudeltà disumana”.

Indossando le uniformi, gli uomini “attivavano” ed incarnavano quel potere ; indossando gli stivali dell’uniforme, calpestavano ed umiliavano nella polvere su ordine ed in nome dello stato.

Lo stato che insieme alle uniformi forniva ai suoi uomini l’autorità e la preparazione per opprimere calpestando ed allo stesso tempo garantiva la loro assoluzione, era lo stato percepito come fonte, custode ed unico garante della vita ordinata : la diga che protegge l’ordine dal caos.

Uno stato che aveva ben chiaro cosa dovesse essere l’ordine ed aveva la forza e l’arroganza non solo di dichiarare ogni altro stato delle cose “disordine“, ma anche di costringerle ad assoggettarsi alle proprie condizioni.

Era, in altri termini, lo stato moderno : che imponeva la legge dell’ordine nell’esistenza e definiva l’ordine come la chiarezza delle divisioni, delle classificazioni, delle ripartizioni e dei confini da rispettare severamente.

La figura tipica dello straniero “moderno” era il prodotto residuo dello zelo regolatore dello stato.
Gli stranieri non erano in grado di adeguarsi alla concezione dell’ordine.

Quando si tracciano linee di divisione e si contrassegnano le zone così ottenute, tutto ciò che altera e non rispetta tali suddivisioni è fonte di insidia e rovina.

La riduzione o la sovra-determinazione semantica degli stranieri insidia la visibilità delle suddivisioni e travolge i paletti indicatori dei confini.
Il semplice fatto che gli stranieri siano là, attorno ai confini, disturba ed ostacola la realizzazione dei compiti che lo stato si prefigge di svolgere.

Lo straniero semina incertezza nel terreno in cui dovrebbe crescere la certezza e la trasparenza.
Nel progetto che prevede di realizzare una condizione di ordine armonioso e razionale non c’è spazio – non potrebbe esserci spazio – per ciò che è “indefinito”, non ha una collocazione precisa ed è cognitivamente ambivalente.

L’impresa di costruzione dell’ordine è una guerra di logoramento dichiarata contro gli stranieri e tutto ciò che è anomalo.
Per combattere questa guerra, citando Lévi-Strauss, venivano impiegate ciclicamente due strategie alternative ma anche tra loro complementari.

La prima era “antropofagica”: consisteva nell’annullare gli stranieri “divorandoli” per poi metabolizzarli rendendoli una copia perfetta di se stessi.

Questa era la strategia della “assimilazione” : rendere simile il dissimile ; soffocare le distinzioni culturali o linguistiche ; proibire tutte le tradizioni ed i legami ad eccezione di quelli che favorivano il conformismo verso il nuovo e pervasivo ordine ; promuovere e rinforzare il solo ed unico criterio della conformità.

La seconda strategia era “antropoemica”: “espellere” gli stranieri, esiliarli dai limiti del mondo ordinato e impedire loro ogni comunicazione con chi sta dentro.

Questa era la strategia dell'”esclusione”: confinare gli stranieri all’interno delle mura ben visibili del ghetto o dietro gli invisibili e non meno tangibili, divieti di “condivisione”, “connubium” e “commercium”; “compiere un rituale di purificazione” attraverso l’espulsione degli stranieri oltre le frontiere del territorio amministrato ; o, quando nessuna delle due misure era applicabile, distruggere gli stranieri fisicamente.

L’espressione più comune delle due strategie si manifestò nello scontro tra la versione del progetto moderno di stampo liberale e quello di stampo nazionalista/razzista.

Secondo il progetto liberale, gli uomini erano tra loro differenti a causa della diverse tradizioni locali e particolaristiche in cui erano nati e cresciuti.
Ma in quanto “prodotti dell’educazione” e “creazioni” culturali, erano flessibili e disponibili ad essere forgiati.

Con la progressiva universalizzazione della condizione umana (che ha significato lo sradicamento di ogni particolarismo e delle forme di autorità che li legittimava e, di conseguenza, la liberazione dello sviluppo umano dall’ormai inutile vincolo della nascita) questa diversità predeterminata, inevitabilmente imposta sulla possibilità di scelta degli individui, è destinata a scomparire.

Naturalmente la prospettiva nazionalista/razzista si oppone radicalmente a questa visione sostenendo che il cambiamento culturale proposto dal progetto liberale si scontra con limiti che nessuno sforzo umano è in grado di superare.

Alcuni individui non saranno mai convertiti in qualcosa di diverso da quello che sono.
Non è possibile liberar”li” dai loro difetti : ci si può solo liberare “di loro”, comprese le loro innate peculiarità e le loro eterne stranezze.

Nella società moderna e sotto l’egida dello stato moderno, l’annullamento culturale e/o fisico degli stranieri e dell’anomalia era una “distruzione creativa” ; un’opera di demolizione ed allo stesso tempo di ricostruzione; di profondo rimescolamento ma anche di riordino.

Faceva parte integrante dello sforzo continuo di costruzione dell’ordine, della nazione, dello stato : era la loro condizione necessaria e parallela.

Inversamente, ogni volta che il progetto di costruzione dell’ordine lo prevedeva, certi abitanti del territorio da assoggettare al nuovo sistema si tramutavano in stranieri da eliminare.

Sotto la pressione della spinta alla costruzione dell’ordine, gli stranieri vivevano, per così dire, in uno stato di estinzione sospesa.
Gli estranei erano, per definizione, un’anomalia da correggere.

La loro presenza era definita “a priori” come temporanea, proprio come uno stadio presente ma momentaneo nella storia dell’imminente ordine futuro.

La coesistenza permanente con l’estraneo e il diverso, e la pragmatica del vivere con gli stranieri non doveva assolutamente essere considerata come una prospettiva reale.

Almeno finché la vita moderna avesse tenuto fede al suo progetto, e finché tale progetto avesse cercato la realizzazione di un ordine nuovo e globale, e finché la sua realizzazione fosse rimasta il compito di uno stato abbastanza ambizioso e intraprendente da perseguire l’obiettivo.

Queste condizioni non sembrano più tenere oggi, in un’epoca che Anthony Giddens chiama “tarda modernità”, Ulrich Beck “modernità riflessiva”, George Balandier “sur-modernità” e che io (insieme a molti altri) definisco “postmoderna” : l’epoca che stiamo vivendo ora, nella nostra parte di mondo (o meglio, vivere in un’epoca simile definisce ciò che consideriamo “la nostra parte di mondo”).

Fonte : Zygmunt Bauman, La società dell’incertezza


Stereotipi

Pregiudizi e stereotipi
Il termine “stereotipo” nasce nelle officine tipografiche verso la fine del secolo 18° e deriva dal greco stereos (solido) e typos (carattere)…

Nel 1933, due psicologi sociali chiesero ad un centinaio di studenti dell’Università di Princeton di scegliere una lista di attributi collegandola ai vari gruppi etnici, e notarono che circa un quarto degli studenti identificava i vari gruppi etnici con 4-5 aggettivi caratteristici.

Gli psicologi videro che quei giudizi non venivano espressi in base a esperienze o riscontri oggettivi perché molti degli studenti non avevano mai visto un turco, per esempio, ma attribuivano ai turchi delle caratteristiche che li classificavano in categorie sommarie : queste valutazioni superficiali si definiscono con il termine di “stereotipi”.

Il termine “stereotipo” nasce nelle officine tipografiche verso la fine del secolo 18° e deriva dal greco stereos (solido) e typos (carattere).

Lo stereotipo era il calco che permetteva di riprodurre nei volumi a stampa, delle copie identiche di figure e di immagini.

Il primo uso del termine in campo diverso fu quando venne usato in ambito psichiatrico per indicare dei comportamenti patologici caratterizzati da ripetizioni ossessive di gesti e di espressioni.

L’uso in campo sociale avvenne nel 1922 quando il giornalista politico Walter Lippman lo usò per indicare le categorie semplificate e sommarie che vengono usate per collocare “l’altro” e “il gruppo di cui l’altro fa parte”.

Infatti il nostro rapporto con la realtà esterna non è diretto, ma viene mediato da immagini mentali perché la mente umana non riesce a trattare tutta l’infinita varietà di sfumature con cui il mondo si mostra.

Alcuni studiosi hanno affermato che le categorie mentali sono degli stereotipi che i membri di una cultura o sub-cultura assumono essendo una caratteristica che è tipica della sua cultura.

Ogni volta che giudichiamo gli altri usando uno stereotipo noi gli attribuiamo un concetto che caratterizza tutto il suo gruppo, perciò usiamo un insieme rigido di credenze negative che il nostro gruppo condivide e che riguardano un gruppo esterno al nostro.

In fondo gli stereotipi sono i meccanismi che fondano i pregiudizi e che consentono che si mantengano.
Infatti il pregiudizio si fonda sulla convinzione che un certo gruppo abbia delle caratteristiche che lo connotano in un certo qual modo.

In base a questo ragionamento, si crede che lo stereotipo sia il nucleo cognitivo del pregiudizio cioè il nucleo delle credenze che riguardano una certa categoria di oggetti che vengono sempre rielaborati in un modo coerente che tende a sostenere e riprodurre i pregiudizi che lo riguardano.

Ma come funziona uno stereotipo ?

L’orientamento più recente afferma che lo stereotipo coinvolge tre processi cognitivi.
Il primo processo che entra in gioco è il processo di differenziazione o polarizzazione in base al quale il gruppo esterno viene percepito come più omogeneo di quanto sia.

Il pericolo di questo processo proviene dal fatto che si sottovalutano le differenze che esistono tra le persone perciò non si riesce a percepire le differenze esistenti tra gli individui che fanno del gruppo estraneo.

Il secondo processo mentale che entra in gioco riguarda la memoria perché si è notato che si tende a conservare più facilmente la traccia mnemonica dei fatti negativi e che gettano discredito sul gruppo rivale od estraneo piuttosto che ricordare gli elementi favorevoli o positivi che lo riguardano.

Poi vi è l’ultimo processo in base al quale tendiamo a tralasciare le informazioni che danno torto alle nostre convinzioni, in quanto le invalidano.

In conseguenza a questo fatto, preferiamo stabilire correlazioni tra delle caratteristiche che non sono significative, piuttosto che sentirci dare torto perciò preferiamo costruire convinzioni illusorie.

E tutto questo è ciò che accade, a prescindere dal fatto che gli stereotipi sociali costruiti siano positivi o negativi.
Il tratto principale dello stereotipo è che esso viene accettato e condiviso dagli singoli per ottenere una comprensione più efficace della realtà.

Ma lo stereotipo comporta l’accettazione di una rigidità mentale che è ancorata alla cultura e nella personalità dei membri di quella cultura : l’aspetto critico è vedere se questo sia immodificabile o meno.

Un’indagine ha studiato gli stereotipi razziali esistenti nella società americana contemporanea.
Nella ricerca si condusse un’indagine telefonica contattando dei numeri a caso nel Connecticut e così si intervistarono 686 residenti.

Gli studi misero in evidenza che gli stereotipi negativi sui “neri” erano molto più diffusi di quanto si credeva, perché la maggioranza degli intervistati aveva ancora delle credenze stereotipe sui “neri”.

Infatti, la maggioranza degli intervistati affermarono che i bianchi erano più abili nel pensiero astratto rispetto alle persone di colore, e la metà di loro che le persone di colore hanno il cranio più sottile rispetto al cranio dei bianchi.

Le statistiche su questi studi confermano che il mezzo migliore per prevenire la formazione di stereotipi è quello di elevare il livello di preparazione scolastica, cioè è quello di migliorare il grado di istruzione.

Si è visto che quelli che non avevano un diploma di scuola superiore presentavano una percentuale doppia di risposte contenenti stereotipi razziali rispetto a chi aveva il diploma di scuola superiore.

Gli studiosi confermano che vedere il mondo tramite idee rigide e di interpretarlo per mezzo del filtro illusorio di questi rigidi schemi mentali è dovuto all’ignoranza.
Allora si tratta di ammettere che, nella nostra società, esistono degli atteggiamenti che devono essere modificati, e questo è difficile perché la nostra società agisce per stereotipi.

La società moderna usa abilmente e strumentalmente i meccanismi dell’inclusione e dell’esclusione sociale per rafforzare il senso di dipendenza degli individui.

Il risultato è la creazione di interazioni sociali che rafforzano l’inadeguatezza e l’incertezza delle persone.
Abbiamo creato contesti in cui l’esclusione mira a ridurre l’identità dei singoli, perciò escludiamo per ridurre le potenzialità, le capacità e le opportunità degli individui.

Lo stereotipo implica una dimensione totalizzante che non ammette la ricchezza della personalità del singolo.
Il diverso è l’altro ossia il nero, lo straniero, il gay, il femminile e l’handicappato fisico o mentale che diventano gli elementi di disturbo per una società che esalta la perfezione, l’efficienza del corpo, la salute, la normalità ed il consenso.

Tutto quello che ricorda l’incapacità di accettare le regole diventa un limite e un disturbo.
La buona notizia, per gli studiosi, è che ogni stereotipo anche il più diffuso e condiviso non viene mai accettato da tutti, perciò possiamo agire sulla mancanza di consenso totale.

Errori e pregiudizi

Pregiudizi e stereotipi
Ogni stimolo o sollecitudine esterna viene filtrato e ricostruito a livello sociale…

Quando leggiamo che la nostra rappresentazione del mondo dipende dalle concezioni che condividiamo con i nostri simili pensiamo che stia parlando un filosofo indiano, ma questa affermazione è vera e questo viene confermato sperimentalmente dagli studiosi.

L’integrazione della dimensione psicologica e di quella sociale è un fatto vero, infatti gli studi degli ultimi decenni confermano che esiste una condivisione sociale di concezioni, atteggiamenti e valori che ci permette di ottenere una “stabilizzazione del quadro di vita degli individui e dei gruppi” come afferma lo psicologo e sociologo rumeno, Serge Moscovici.

Ma la stabilità che otteniamo comporta, come diretta conseguenza che, il quadro di orientamento che accettiamo causa una modifica dello “strumento di orientamento della percezione”.

In seguito a questo, ne consegue che ogni stimolo o sollecitudine esterna viene filtrato e ricostruito a livello sociale.

L’individuo possiede due dimensioni che si intrecciano e che vanno conciliate cioè la dimensione individuale e quella collettiva, perciò è evidente che le rappresentazioni sociali fanno parte della coscienza individuale.

Ma questo non toglie il fatto che il singolo gode di una autonomia nei riguardi dei condizionamenti sociali, infatti la coscienza individuale può stabilire un ordine di preferenza dei valori e delle idee.

I soggetti costruiscono le rappresentazioni sociali per riuscire a dare un ordine ad una realtà molto variegata e troppo complessa, perciò questo fenomeno viene rafforzato dal livello mentale.

Il processo di ancoraggio mentale consiste nel fatto che ogni fenomeno estraneo viene collegato ad una categoria nota che lo rende familiare e più accettabile.

Questo meccanismo mentale ci consente di assimilare a livello mentale tutto quello che ci risulta troppo inconsueto o che rischia di darci problemi.

Vediamo che la mente umana tende a creare una rete di categorie che gli sono proprie e che gli diventano familiari, e questo fatto ci consente di attivare dei confronti e dei paragoni tra l’elemento inconsueto e l’elemento che fa parte di una categoria già conosciuta.

Il processo dell’ancoraggio mentale spiega perché il cervello umano, per analizzare i dati insoliti o ignoti, ha la necessità di fare il confronto tra il sconosciuto e l’ignoto.

Questo meccanismo è funzionale all’ottimizzazione del processo di classificazione e di reazione all’ambiente, ma questa facoltà mentale dimostra anche la capacità di pensare passando da elementi astratti ad immagini concrete.

È questo conferma il fatto che, un individuo possa avere una convinzione e non esserne affatto consapevole.
Infatti, non sempre le persone agiscono secondo quello che credono, ma spesso agiscono a favore di quello che non condividono.

Alcune idee e atteggiamenti si radicano così profondamente che si può essere condizionati senza essere consapevoli.
Infatti, anche se non possiamo fornire delle prove oggettive a favore di molti pregiudizi, noi sosteniamo ancora quelle convinzioni errate.

In questo frangente agisce un processo di adattamento sociale che implica la condivisione sociale delle categorie ossia una condivisione di atti di valutazione e di interpretazione del mondo.

Ma, in questo modo accettiamo anche l’organizzazione del mondo che ne consegue in termini di conoscenze e di regole di vita.
In parole povere, l’adattamento al mondo comporta anche l’accettazione di categorie di pensiero ossia di idee preconfezionate cioè di pregiudizi.

Nel 1954, uno psicologo e docente di Harvard, Gordon W. Allport, scrisse il saggio “La natura del pregiudizio” che è passato alla storia delle scienze sociali come il punto di partenza per lo studio del complesso fenomeno.

Il termine “pregiudizio” etimologicamente deriva dal latino “praejudicium” che indica un “giudizio emesso a priori” cioè la percezione di sentimenti positivi o negativi verso un oggetto senza avere avuto un’esperienza oggettiva o senza tener conto dell’esperienza avuta.

È importante capire che il pregiudizio positivo o negativo, ma che il solo fatto di avvallare un giudizio senza avere sperimentato dei dati di fatto che possano suffragarlo equivale ad agire come quel tizio che voleva distruggere tutto prima che qualcosa fosse costruito, nota ironicamente Allport.

Di solito, un soggetto che accetta un pregiudizio dirà che ha tutte le sue buone ragioni per pensare quello che pensa.
Ma, in realtà, sappiamo che quel soggetto è vittima di “un processo selettivo” dei suoi ricordi.

Infatti, la rielaborazione dei ricordi si mescola alle dicerie ascoltate, poi quelle idee vengono ridotte a giudizi generalizzanti e vengono condivise a livello sociale.
Allport afferma che “il pregiudizio non possa essere compreso se non a partire dai processi di pensiero normali, gli stessi che consentono all’individuo di padroneggiare la estrema complessità degli stimoli ambientali e di agire efficacemente in rapporto ad essi.”

Il fatto che i pregiudizi si fondino su dati inconsistenti rende difficile sradicarli, perché non si può eliminare un fondamento che non c’è.

Riflettendoci sopra vediamo che il pregiudizio si rivolge all’individuo che viene classificato sulla scorta della sua appartenenza a una categoria specifica, senza tener conto delle sue qualità particolari, e reagendo nei suoi riguardi, in ragione di qualità che gli vengono attribuite perché attribuite al suo gruppo di appartenenza.

Tutto questo comporta che, la dimensione di valutazione negativa è data in base all’appartenenza sociale, razziale, religiosa, politica, sessuale, economica e così via.

Ma qualora si stabilisca che esiste una disposizione naturale per cui esiste una certa scala sociale che differenzia la qualità degli individui, allora possiamo essere certi che il pregiudizio è diventato una discriminazione.

E qualora si ammettono delle espressioni o atteggiamenti di disprezzo e discriminazione verso un certo gruppo si crea un confine che divide gli in-group e gli out-group cioè il gruppo privileggiato degli inclusi e quello discriminato degli esclusi.

È certo che un pregiudizio non corrisponde mai ad una realtà oggettiva, perché la vera finalità delle discriminazioni è quella di creare una tendenza sociale nei confronti di gruppi specifici.

Ma è pur vero che alcune culture preferiscono alcune qualità, perciò cercano di reprimere quello che non amano.

Senza dimenticare che, per coltivare i pregiudizi è necessario avere costruito una buona competenza cognitiva.
Questo è confermato dal fatto che i bambini non possiedono alcuna forma di pregiudizio.
Per un’ironia delle cose per essere così ottuso da avere pregiudizi si richiede il possesso di una competenza cognitiva.

Tutto questo è valido anche per l’affermazione di pregiudizi positivi verso il gruppo a cui si sente di appartenere come è evidente nelle sindromi da “popolo eletto” che hanno causato le orribili stragi del secolo scorso.

Il fatto di venire percepiti come categoria e non di essere visti come individui è un fattore di spersonalizzazione che deve destare molta attenzione, perché lo stereotipo è il padre del pregiudizio.

E il pregiudizio può attuarsi in modi diversi, perciò gli studiosi identificano varie categorie di pregiudizi, e alcune discriminazioni sono insolute e scottanti, perché questi pregiudizi sono duri da eliminare come : il pregiudizio sul femminile, il pregiudizio etnico-razziale, le marginalità sociali, le marginalità di giovani e anziani, le diversità di genere, la disabilità fisica e quella mentale, la tossicodipendenza.

Il pregiudizio etnico consiste in sentimenti di ostilità rivolti verso le minoranze etniche oppure verso i gruppi di etnia diversa, perciò il fenomeno vede entrare in gioco un complesso groviglio di fattori sociali, culturali e psicologici che entrano in conflitto e accentuano la difficoltà di risolvere la questione.

Negli ultimi decenni, si tende a ridurre le manifestazioni esplicite di intolleranza, ma l’ostilità è diventata latente, perciò sopravvive in forma mascherata.

Siamo passati dal modello del vecchio razzismo esplicito a quello implicito e occulto, molto più insidioso.

Ci sono vari modi di mostrare queste forme di razzismo occulto : molto spesso si preferisce contrastare le iniziative a favore delle minoranze.

Oppure si legittimano le istanze razziste usando in modo distorto gli stessi principi di uguaglianza e libertà individuale che dovrebbero tutelare gli individui (un esempio lampante di oggi è il WEF, che infatti è patrocinato dal noto nazista Klaus Schwab e dall’eugenista Yuval Noah Harari).

Coesione...
Si legittimano le istanze razziste usando in modo distorto gli stessi principi di uguaglianza e libertà individuale che dovrebbero tutelare gli individui…

È questa la strategia di quelli che dicono che le iniziative a favore delle minoranze ledono i diritti delle maggioranze.
Non di rado, queste idee distorte possono istigare degli atti di ostilità verso le minoranze.

Un’altra forma di razzismo strisciante è quella che comporta il rifiuto volontario di avere rapporti e contatti con le minoranze, e il volontario scoraggiamento delle iniziative che vengono intraprese per riconoscere i loro diritti.

Per rinforzare un clima ostile, non solo viene mantenuta un forte distanza con le minoranze, ma vengono messi in evidenza i disturbi che producono.

Questo è testimoniato anche nei detti stereotipati associati alle etnie o nazionalità come quelle che affermano che “lo zingaro è ladro e rapisce i bambini”, oppure che “l’italiano è scansafatiche ed inaffidabile” o “lo svizzero è preciso e noioso”.

Questi vecchi stereotipi rivestono dei pregiudizi che faticano a passare di moda.
Malgrado la scienza abbia provato che affermare la superiorità di una razza su di un’altra è un’idiozia priva di basi scientifiche, vediamo che le idiozie restano in auge.

L’errore che queste credenze errate vogliono confermare è che un popolo abbia un’omogeneità di sensibilità, di attitudini e di orientamenti che non si osservano neppure in una famiglia.

Da scemenze di questo tipo sono nate le persecuzioni razziali nei confronti degli ebrei e di quei popoli che hanno pagato con questa moneta insanguinata il mantenimento della loro identità nazionale.

E se pensiamo ai pregiudizi di carattere sessuale vediamo quelli contro le donne ed in generale chi “disturba” le idee sull’identità maschio/femmina.

Riguardo la donna va detto che le viene da sempre riservato il posto del sesso debole e, non per caso, le vengono affibbiate le qualità con valore socialmente negativo : debolezza, timore, emotività, irrazionalità, bisognosa di tutela e di protezione.

È vero anche che le vengono attribuite anche delle qualità auspicabili, ma sono pur sempre funzionali ad un ruolo subalterno, come dolcezza, seduzione e sensualità.

Lo sfondamento del soffitto di vetro sembra ancora molto lontano, forse perché quel vetro è stato temprato per essere anti-sfondamento : infatti queste differenze vengono continuamente rimarcate, condividendo in un certo senso lo stesso destino infamante riservato alle altre minoranze sessuali.

L’efficientismo dei tempi moderni inoltre spinge ad avere un atteggiamento disturbato e discriminante anche nei riguardi dei problemi legati alle abilità di chi è portatore di handicap fisici o mentali.
Ma l’infelicità della malattia mentale è più forte.

Questo è dovuto al fatto che si è maturata un’accettazione maggiore per la malattia fisica che viene vista come socialmente più accettabile, mentre resta intatto il marchio infamante della malattia mentale.

Un valore condannabile viene riservato anche a tutti quelli che vengono giudicato in base ai pregiudizi sull’età, perché questa condanna assurda è giustificata dalle associazioni ed alle aspettative di comportamenti e sentimenti che vengono definiti in modo fisso e stereotipato.

Quindi ai giovani non resta che rassegnarsi e di accettare di venire associati allo stereotipo che essere giovani comporta essere persone meno responsabili e meno autonome nelle decisioni, quindi di essere persone poco maturi e consapevoli, da cui l’epiteto di “bamboccioni”.

Agli anziani invece tocca accettare di incarnare lo stereotipo della rigidità, della nostalgia del passato e del disinteresse per il futuro, di essere ostili alle innovazioni, di essere collerici, ostinati e piagnucolosi.

La tragica comicità del paradosso è il fatto che l’unico modo per non diventare vecchi odiosi è morire giovani seppure inetti.

Ma siccome la soluzione mi sembra peggiore del male, non sarebbe meglio se la smettessimo con queste idiozie ed iniziassimo a vivere come esseri umani più evoluti ?

Fonte : La Compagnia degli Erranti di Sharatan
Analisi, rielaborazione ed ampliamento a cura di Veronica Baker


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