…per non dimenticare

Pubblicato il 10 Luglio 2019 da Veronica Baker

Le cose si scoprono attraverso i ricordi che se ne hanno.
Ricordare una cosa significa vederla − ora soltanto − per la prima volta.

Cesare Pavese


Per circa mezz’ora una nuvola bianca invase quattro comuni.
Seveso, Cesano Maderno, Desio e Meda.

Quella nuvola estremamente tossica conteneva diossina.
Un componente utilizzato dalla fabbrica per la creazione dell’Agent Orange utilizzato ed acquistato dagli USA nella guerra al Vietnam.
Un disastro totale.

Gia moltissimi anni fa mi ero occupata di questo triste evento.

Ecco integralmente l’articolo che scrissi allora nel mio blog.


Luglio 17, 2008


…per non dimenticare : Seveso, 10 luglio 1976, ore 12.37

Nello stabilimento chimico dell’ ICMESA una valvola di sicurezza del reattore A-101 esplode provocando la fuoriuscita di alcuni chili di diossina nebulizzata.
La quantità esatta non è quantificabile.
Qualcuno dice 10-12 chili, altri di appena un paio.

Il vento disperde la nube tossica verso Est, in Brianza.
Il giorno dopo, domenica 11 luglio, nel pomeriggio, due tecnici dell’ICMESA si recano dal sindaco di Seveso, Emilio Rocca, per metterlo al corrente di ciò che è accaduto nello stabilimento .
Rassicurandolo che la situazione non destava preoccupazioni.
Essendo tutto sotto controllo.

Dopo 4 giorni dall’incidente inizia la morìa degli animali.
Muoiono galline, uccelli, conigli.
Le foglie degli alberi ingialliscono e cadono.
E gli alberi in breve tempo muoiono, come tutte le altre piante.
Nell’area interessata vivono circa 100.000 persone.

Solo dopo pochi giorni si verificano i primi casi di intossicazione nella popolazione.

Il 15 luglio il sindaco emana un’ ordinanza di emergenza.
Divieto di toccare la terra, gli ortaggi, l’erba.
Di consumare frutta e verdura, animali da cortile, di esporsi all’aria aperta.
Si consiglia un’accurata igiene della persona e dell’abbigliamento.
Ci sono i primi ricoveri in ospedale.
E gli operai dell’ICMESA si rifiutano di continuare a lavorare.

Soltanto il 17 luglio appaiono i primi articoli sul “Giorno” e sul “Corriere della Sera”.
L’accaduto diviene di dominio pubblico.

Il 18 luglio parte un’indagine dei Carabinieri del comune di Meda.
Il pretore decreta la chiusura dello stabilimento.
Si procede all’arresto del direttore e del vicedirettore della fabbrica per disastro colposo.

Ma ancora il 23 luglio dalla prefettura non viene ancora presa nessuna decisione su come far fronte all’emergenza.
I casi d’intossicazione aumentano, i più colpiti sono i bambini.
Si dà il nome ad una malattia finora quasi sconosciuta.



La cloracne

La cloracne è il sintomo più eclatante dell’esposizione alla diossina.
Colpisce la pelle, soprattutto del volto e dei genitali esterni.
Se l’esposizione è prolungata si diffonde in tutto il corpo.

Si presenta con comparsa di macchie rosse che evolvono in bubboni pustolosi giallastri.
Orribili a vedersi e di difficile guarigione, e la pelle cade a brandelli.
Può essere compromessa seriamente la funzionalità epatica.
L’inalazione del composto crea problemi respiratori.

...per non dimenticare
La commissione classifica il terreno contaminato in 3 zone a seconda della quantità della diossina presente sul terreno…

Il 23 luglio, dopo 13 giorni dall’incidente, la verifica incrociata delle analisi effettuate dalle strutture sanitarie italiane e dei laboratori Givaudan dell’ICMESA confermano una presenza notevole di TCDD nella zona maggiormente colpita dalla nube tossica.

Il 10 agosto una commissione tecnico-scientifica stila una mappatura della zona contaminata.
Si decide di evacuare l’area circostante l’impianto per circa 15 ettari.

Le famiglie residenti nelle zone più colpite sono invitate ad abbandonare le proprie abitazioni.
Reticolati sono posti per delimitare le zone pericolose.

La commissione classifica il terreno contaminato in 3 zone a seconda della quantità della diossina presente sul terreno.

“Zona A” molto inquinata, “zona” B poco inquinata, “zona C” di rispetto.

Continuano i casi d’intossicazione ed aumentano i ricoveri ospedalieri tra la popolazione di Seveso, Meda, Desio e Cesano Maderno.

Tra la popolazione colpita ci sono parecchie donne incinte e si diffonde la preoccupazione per gli effetti della contaminazione sui futuri nascituri.

Ma gran parte degli “esperti” tendono a tranquillizzare tutti sminuendo gli effetti della diossina.
Si fanno migliaia di analisi del sangue e delle urine, ma non si arriva a capo di nulla.
Ulteriori controlli dei terreni fanno estendere la zona A suddividendola in 7 sotto sezioni.

Intanto la televisione ed i giornali continuano a mostrare filmati e foto di bambini ricoverati in ospedale con i piccoli volti coperti da estese macchie rosse.
E zone contaminate dove si aggirano uomini in tute bianche sigillate che raccolgono campioni di terreno e bruciano carcasse di animali.

L’11 ottobre dopo 3 mesi, gli abitanti evacuati dalla zona A rientrano nei loro terreni ed indicono una protesta bloccando la superstrada Meda-Milano.
Vogliono rientrare nelle loro case e riprendere possesso della loro vita.

Protestano contro il progetto della Provincia e della Regione di costruire un inceneritore a Seveso.
Ritorna l’esercito per controllare la zona inquinata ed impedirne l’accesso.
Sale la tensione e il malcontento verso le istituzioni che sembrano non voler prendere provvedimenti adeguati.

Si chiede la bonifica dell’area come era stato promesso e si suggerisce l’asportazione del terreno inquinato e la collocazione in siti adeguati.
Proprio per la tutela degli abitanti nel 1977 viene istituito l’Ufficio Speciale per Seveso.

Una breve storia dell’ICMESA

Lo stabilimento ICMESA (acronimo di Industrie Chimiche Meda Società Azionaria) comincia la sua attività nel territorio del Comune di Meda nel 1947.
Produce prodotti farmaceutici ed è di proprietà della multinazionale Givaudan.
Nota nel mondo soprattutto per essere produttrice di essenze per profumi.

...per non dimenticare
Ma tutte le denunce sugli effetti nocivi della fabbrica e le varie accuse sono rigettate dai dirigenti dello stabilimento…

Nel 1963 la ICMESA diventa di proprietà della Hoffman-La Roche.

Da subito iniziano le proteste degli abitanti della zona.
E le denunce per gli effetti che l’impianto aveva sull’eco-sistema della zona.
Gas maleodoranti che fuoriuscivano dai camini.
L’inquinamento del torrente Certosa o del Tarò.

Ma tutte le denunce sugli effetti nocivi della fabbrica e le varie accuse sono rigettate dai dirigenti dello stabilimento e non vengono mai presi provvedimenti.

Al momento dell’esplosione del reattore chimico si era già al corrente tra gli addetti che con il surriscaldamento dei materiali di lavorazione si sarebbe formata diossina.

Si sapeva anche che aumentando la temperatura i tempi di reazione chimica dei prodotti sarebbe diminuita (da 5 ore ad 1 ora) e si avrebbe avuto più prodotto in meno tempo.

Gli addetti erano al corrente che altri incidenti erano avvenuti nel tempo in altre nazioni.

E dei loro effetti catastrofici sull’ambiente.
Il camino sopra il tetto dell’impianto era privo di abbattitore.
I termometri per controllare la temperatura degli impianti erano insufficienti a controllare la reazione.

L‘incidente fu provocato dalla omissione delle più elementari norme di sicurezza per un impianto del genere.
Per di più situato vicino ad un centro abitato.
E nonostante questo “la fabbrica dei profumi” (così come la chiamavano gli abitanti del luogo) ha continuato a funzionare per anni.
Celando la sua pericolosità anche agli stessi operai che vi lavoravano.




La Diossina

“Diossina” è un nome generico che indica vari composti tossici.

Il più noto, indicato con la sigla TCDD, si forma come sottoprodotto nella preparazione del triclorofenolo.
Sostanza utile a produrre erbicidi e battericidi.
Sostanza altamente tossica in grado di provocare seri danni al cuore, ai reni, al fegato, allo stomaco e al sistema linfatico.

Il composto si deposita immediatamente sui terreni.
Non è assolutamente biodegradabile né l’intaccano i microrganismi presenti nel terreno.
Penetra nell’organismo attraverso la respirazione, per contatto con l’assunzione di cibo, soprattutto carne, pesce e latticini.

Nei casi di esposizione a concentrazioni (poiché si deposita nei grassi) è soggetta ad accumulo biologico.
Nei topi da laboratorio provoca tumori, disturbi al sistema nervoso, anomalie genetiche.
Ancora non è stato accertato quali possano essere gli effetti a lungo termine sull’uomo.

Gli abitanti di Seveso e zone limitrofe sono ancora oggi soggetti da laboratorio per lo studio degli effetti della diossina.
La diossina non uccise nessun essere umano al momento.
Ma distrusse l’equilibrio eco-biologico di una vasta area di territorio.
Decretando la morte civile di un’intera popolazione.

Si sospetta che a 30 anni di distanza il terreno sia ancora intriso di diossina.
Nonostante lo stabilimento chimico sia stato interrato.

Ed al suo posto ci sia ora il ”Bosco delle Querce”.
Impiantato in seguito nella zona, con flora e fauna importata.
A segnare con un itinerario della memoria un evento da non dimenticare.

Il disastro provocò una destabilizzazione socio-economica di tutta l’area.
Con enorme disagio per gli abitanti che dovettero abbandonare la loro terra, le loro case, il loro lavoro, gli animali.
Rinunciare a tutto quello che avevano costruito o progettato per il loro presente e per il futuro.

Non si coltivò più.
Molte donne in gravidanza in quel periodo preferirono abortire.
Le coppie smisero di fare figli.

...per non dimenticare
Famiglie intere furono sradicate delle proprie radici….

Famiglie intere furono sradicate delle proprie radici.

Subendo nei trasferimenti coatti l’umiliazione di sentirsi emarginati dall’ignoranza della gente che non sapeva cos’era la diossina.

E vedeva in loro un pericolo per la propria salute.
80.000 gli animali morti o abbattuti, 158 gli operai esposti alla contaminazione.

Un numero imprecisato di bambini rimasero sfigurati dalla cloracne.
Portando tuttora sulla propria pelle gli effetti di questa micidiale sostanza con problemi psicologici che mineranno la loro vita per sempre.
La responsabilità ricadde in sede processuale sui dirigenti dell’impianto che vennero condannati nel 1983 per disastro colposo e lesioni.

I 200 milioni in vecchie lire pagate dalla multinazionale svizzera per il risarcimento furono usati per la bonifica dei terreni più contaminati come la zona A di Seveso dove tutto era stato raso al suolo poichè irrecuperabile.

Ma i danni materiali e morali di questo disastro ecologico provocato dall’uomo furono e restano tuttora incalcolabili.

L’umanità purtroppo non è capace di gestire le risorse che la natura ci offre.
Non rispetta sempre e comunque le più elementari norme di sicurezza.
Abusando dei limiti che vengono posti dalla natura stessa.

Di situazioni simili, silenti che lentamente ed inesorabilmente causano decine e decine di innocenti vittime (con la totale connivenza della istituzioni locali) ne è pieno il mondo intero.
Solamente tante chiacchiere e speculazioni quando si parla di ambiente e di una necessità di uno sviluppo eco-sostenibile.
Dove guardacaso non si fa mai riferimento all’etica.
Ma esclusivamente al risparmio.



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