Pensieri sui Forconi

Pubblicato il 20 Gennaio 2012 da Veronica Baker

Alcuni affezionati lettori mi chiedono commentare la rivolta siciliana detta “dei forconi”.
La mia conoscenza della Sicilia… uhm…risale alla fine del secolo scorso, quando ho passato qualche tempo a San Cataldo (CL) .
Ho potuto conoscere posti come il medesimo , Gela (il luogo piu’ assurdo che io abbia mai visto in vita mia, e ne ho visti !) , Licata, Modica, Palma di Montechiaro,Vittoria, Butera (altro luogo ai confini dell’universo) e molti altri.

Posso quindi aggiungere quindi mie considerazioni personali, oltre ad alcune considerazioni generali .

La prima cosa da dire è che la società siciliana è fatta letteralmente a macchie di leopardo.
Nella stessa città si può trovare un quartiere che vive nel nostro secolo , e poi scoprire che per incredibile coincidenza il quartiere vicino vive seicento anni indietro circa.
A Gela c’era (se non ricordo male i nomi) “Macchitella” che era un incubo da palazzinari anni ’50, ma veniva considerato (almeno allora) come il quartiere più bello della città.

Il quartiere dei ricchi , che se ho capito bene era “Caposoprano”, era un posto che definirei “anonimo” , se non per la presenza di un ospedale , e la cosa incredibile era la promiscuità di tali quartieri abitati da persone mediamente colte e molto educate con quartieri che ( non erano dall’altra parte del mondo, bensi’ confinanti con quelli “bene”) non consiglierei di visitare.

Ricordo cose come “Settefarine”, quartiere abusivo subito a nord di Caposoprano, che all’epoca si allagava ad ogni due gocce d’acqua, e come se non bastasse aveva una zona così abusiva che le vie non avevano toponomastica e si chiamavano tipo “via E.45, via G.12”.
Allo stesso modo “Macchitella” , il luogo borghese per eccellenza (mai capito il perchè, era una distesa di anonime palazzine tutte uguali) conteneva un’area detta “Il Bronx”.

Questa promiscuità di strati sociali produce un comportamento che all’osservatore esterno appare incomprensibile.
Se qui in Canton Ticino le classi sociali sono così divise che probabilmente le persone non si incontrano mai, a Gela il pescivendolo (che gira con una carriola di legno gridando tra i palazzi) parla in dialetto con la signora “bene” contrattando il prezzo del pesce .

E’ convinzione infatti di quasi tutti i siciliani che l’approccio con una persona funzioni circa così : ognuno dei due identifica con esattezza la classe socioeconomica dell’altro, associandola ad un tasso di scaltrezza, dialettica o meno.
Il più colto si sente in dovere di non umiliare  il meno colto , e si sforza quindi di scendere al suo livello.
Nonostante il livello sia abbastanza imbarazzante.

Le abitudini animalesche e tribali  del più ignorante (spesso roba che non ha nulla da invidiare al Burundi) vanno tollerate in quanto sembrano considerate fisiologiche ed immutabili caratteristiche di quel tipo di persona,viene cioè scusata da tutti gli altri in nome del fatto che sono quel che sono.
In pratica li trattano come dei minus habens.

Di conseguenza, le classi colte si mantengono tali per questioni ereditarie o di immagine (la reputazione è tutto) mentre le classi meno colte NON hanno alcuna spinta a migliorare, dal momento che vengono tollerate ed aiutate a vivere in quelle condizioni dalla “comprensione” di chi li tollera per principio.

A questo punto, qualsiasi giudizio si dia su avvenimenti siciliani non può MAI prescindere dalla valutazione del tipo di individuo con cui stiamo parlando.
Il siciliano non apre bocca se prima non ha classificato la persona con cui parla.
Del resto non potrebbe, perche’ rischia di essere accusato di sciantoseria se “vola troppo alto” e di essere uno “zaurdo” se e’ troppo convincente quando vola basso.

Una delle classi sociali più potenti in Sicilia è quella che chiamerei “i sistemati”.
I sistemati sono coloro che godono di una posizione di rendita già scritta nel tempo, da generazioni, “avendo una rete di conoscenze familiari adeguata”.
In gran parte sono dipendenti statali, oggi con il blocco delle assunzioni hanno saturato la regione ed in generale ogni posto ove ci sia un contratto a tempo indeterminato.

Ai bordi di questa classe sociale vivono quelli che non chiamerei “sistemati” perche’ in realtà la loro posizione è precaria, ma diciamo che si sono scavati una nicchia economica fatta ancora di “conoscenze”, ovvero agricoltori che vivono di sussidi, semidisoccupati che vivono di lavoretti, camionisti che vivono di traffici più o meno chiari, pescatori e scaricatori di porto che vivono di antichi privilegi, commercianti da sette generazioni.
Li chiamerei “abbarbicati”.

Come si riconoscono?
Semplice: contando i sindacati di queste categorie.
Se una categoria di lavoratori ha più di 300 sindacati , allora è una categoria di abbarbicati.
Non solo ci esce da vivere per la categoria (alle spalle della regione, delle provincie regionali, dei musei, di qualsiasi cosa) ma si mantengono pure i “sindacalisti” , personaggi che sono specializzati in quella abilità di cui parlavo sopra, cioè di parlare la lingua di ogni strato sociale.

La prima cosa che verrebbe da pensare di questa rivolta, quindi, e’ che si siano esaurite le “vie del signore”, ovvero in qualche modo si siano prosciugati i canali attraverso i quali questi abbarbicati (di solito abbarbicati a strutture statali o parastatali, ma anche a grosse imprese) trovavano il proprio nutrimento.
E’ inutile quindi chiedersi “chi sia il leader”: trattandosi di categorie che hanno 300 sindacati al metro quadro , ognuno di loro dirà di essere più capo degli altri, nel senso che “lui sara’ lui, ma se vuoi la tal cosa devi venire da me”.

Questa specie di società a macchie di leopardo sembra aver esaurito quel circuito di risorse “sommerse” che normalmente permetteva al 30% della popolazione -ufficialmente disoccupata- di vivere.
Su questa piramide di servizi “in nero” poggiava un’altra piramide di “abbarbicati”, e questo ha prodotto il collasso di quella parte della societa’ che non ha certezza di uno stipendio, quelli che non sono “sistemati”.

Cosa e’ successo?
La mia personale ipotesi è che il credit crunch in atto oggi abbia in qualche modo prosciugato la liquidità che permetteva a questa gente di vivere.
Lo stesso finanziamento pubblico veniva erogato sulla carta, e pre-finanziato dalla banca, che invece oggi non vuole piu’ assumere questo rischio.

Questi prsonaggi lavorano essenzialmente per liquidi e per finanziamenti di qualche tipo (statale, europeo, regionale, provinciale) , così un credit crunch come quello che stiamo vivendo è stato devastante.
Come se non bastasse, l’economia locale tende ad immobilizzare i capitali in proprietà immobiliari, acuendo evidentemente il problema.

Per questo le categorie in piazza sono quelle di coloro che io definisco “gli abbarbicati”.
Adesso andiamo alla questione : “è  l’inizio di una rivoluzione totale globale inesorabile “?

Onestamente, non penso proprio.
Come ho detto, si tratta di categorie di privati che hanno sempre vissuto da abbarbicati, come edere su qualche albero grande.
Ora l’albero non li sostiene più, non gli dà più linfa, ma credere che un agricoltore che ha SEMPRE vissuto di sussidi, finanziamenti a fondo perduto, fondi per l’agricoltura, finanziamenti europei, oggi si metta a distruggere lo stato siciliano e a staccarsi dalla tetta che lo nutriva è francamente difficile.

Che dei camionisti (i quali vivono di viaggi Sicilia-Milano e di sgravi fiscali sui carburanti) decidano di sancire l’indipendenza della Sicilia e la sua sdegnata separazione dall’ Italia personalmente lo trovo ridicolo.

Ma si tratta di una rivolta per fame: anche se i meccanismi in atto sono ignobili – ma per la cultura sicula l’ignobile va capito dal nobile e non disprezzato (almeno pubblicamente) –  si tratta di una rivolta per fame.
Così, è possibile che (se in Italia ci sono analoghi focolai di fame) essa si diffonda ancora, almeno al resto del meridione.

E poi?
Per distruggere una rivolta del genere in Sicilia basta semplicemente dire “fatemi parlare col capo, non voglio mezzeseghe”.
Tutti si scanneranno per essere il capo, ed a meno che non ci sia un vero capo allora la mossa è sufficiente.

Del resto, chi non è un capo ci farà la figura della mezzasega, producendo una faida inesorabile.

La richiesta di parlare da soli col capo è sufficiente a disgregare QUALSIASI gruppo di siciliani: se anche un capo viene eletto e si fa un meeting, gli esclusi avveleneranno la base insinuando che il capo abbia un accordo segreto con l’avversario.

Se però lo stratagemma non funziona, ovvero c’è un capo forte e seguito, allora e’ un vero problema.
Quando il siciliano accetta di seguire qualcuno come capo, normalmente si tratta di figure leggendarie, e normalmente si tratta di figure indipendentiste.

Si basano su una dialettica per la quale la Sicilia e’ un luogo unico (verissimo) , ove si decide ogni cosa è davvero importante per i destini del mondo (ovviamente falso), ove inizia e finisce ogni cosa che conti qualcosa nella storia (altrettanto falso), e quindi tutti i problemi vengono dallo “stato”, ovvero da qualcosa che sta oltre lo stretto (in parte vero).

Se apparirà questa figura carismatica, allora si tratta di un movimento indipendentista e come tale di un movimento politicamente pericoloso.
Se non appare questa figura carismatica, allora si tratta del solito agitarsi per avere di nuovo tutti i fiumiciattoli di soldi che hanno sempre alimentato le categorie che si ribellano.
In generale, soldi dello stato e della UE distribuiti a pioggia.

Tutto questo si innesca in un momento politico nel quale Roma non guarda a sud, ma a nord verso la Germania e ad Ovest verso gli USA.
I commerci nel mediterraneo risentono delle “primavere autunnali arabe” , e di conseguenza non offrono molte scappatoie. E’ possibilissimo cioè che questa rivolta venga ignorata dal governo sino a che spuntera’ a forza un capo carismatico.

Più tempo passa più uno dei capetti delle 300 sigle sindacali per metro quadro di ogni singola categoria di lavoratori potrebbe emergere come leader.
E il tempo sta passando.

Puo’ fare una rivoluzione?
In generale, una rivoluzione è diversa da una rivolta perche’ l’esercito e la polizia, insieme agli enti che dovrebbero sedare la rivolta stessa, passano dalla parte dei rivoltosi.

Una rivolta, per quanto lunga, verrà sempre sedata.
Una rivoluzione non si può sedare perchè ad un certo punto chi deve sedarla cambia bandiera.
Il problema è che questo richiede alla polizia e alle forze armate, nonche’ allo stato locale, di cambiare bandiera.

Ma queste categorie in Sicilia sono “i sistemati”, e se lo sono è per via del vecchio stato che li paga sostenendo il loro stile di vita.
La morte delle rivolte sicule , storicamente, avviene proprio perchè la popolazione non riesce a convincere la borghesia – mantenuta da un sistema di potere e sin troppo abile a viverci dentro – a schierarsi dalla propria parte, e con essa i quadri dello stato.
Quindi, percheè diventi una rivoluzione occorrono due cose:

  • Che salti fuori un capo carismatico
  • Che la protesta continui al punto da affamare anche i “sistemati”.
  • Che compaia una retorica indipendentista esplicita che non spaventi nè gli abbarbicati che rivogliono i soldi a pioggia, nè i sistemati che dopotutto vivevano di stipendi statali.

Se queste tre condizioni si verificheranno, allora potrebbe nascere una rivoluzione locale.
Dagli esiti imprevedibili.

You cannot copy content of this page