Esistenza dei complotti

Pubblicato il 17 Agosto 2019 da Veronica Baker

Dove men si sa, più si sospetta.

Niccolò Machiavelli


Occorre davvero negare la esistenza dei complotti ?
Chi dice di no sostiene che se un complotto è troppo grande ci sarebbero sicuramente fughe di notizie ingenti dovute alle troppe persone coinvolte.
Oltre a problemi di coordinamento e logistici.

Esistenza dei complotti o no ?

Analizzando le basilari strategie militari e di intelligence, è noto (almeno a chi mastica un po’ l’argomento) che in qualsiasi operazione segreta si frammentano le informazioni fra diversi soggetti proprio per minimizzare le fughe di notizie.

Esistenza dei complotti
Un altro modo per bloccare il discorso sin dall’inizio…

Solo il personale ai vertici assoluti implicato nell’operazione stessa conosce il quadro completo della situazione e soprattutto la totalità del piano.
Mentre tutti gli altri partecipanti dispongono solamente delle minime informazioni necessarie per poter portare a termine il loro (minimo) compito.

Naturalmente più si scende di grado, meno informazioni vengono fornite.
Spesso mischiate pure a informazioni di copertura volutamente errate sui fini della missione e sul compito degli altri agenti in modo tale che qualcuno di loro parlasse dei contenuti “segreti”, in realtà potrebbe rivelare ben poco del piano complessivo.

Quindi nel caso di una operazione davvero importante e soprattutto segretissima  sono davvero pochissime le persone che conoscono abbastanza dettagli da poter mettere a rischio il piano.

Inoltre il personale militare o di intelligence (ed ovviamente i loro collaboratori esterni) firmano contratti che li vincolano a mantenere il segreto su ciò di cui vengono a conoscenza durante il lavoro.
E tale obbligo permane anche dopo il pensionamento.

Se non viene rispettato le pene possono essere molto severe, fino all’accusa di alto tradimento.
Ecco il motivo per cui le “rivelazioni” da personale militare in pensione sono in realtà quasi sempre dei depistaggi.

Tutto questo fa capire che chi sa davvero qualcosa ha tutti i motivi per non parlare.
Ed in ogni caso anche quando parla solitamente rivela molto poco.

Quindi appare chiaro che nella storia i (grandi) complotti esistono eccome.
Anzi, ne è piena.

Cambiare il significato di un termine o di una locuzione

Un altro modo per bloccare il discorso sin dall’inizio (e la mente di chi prova ad ascoltare).

Ad esempio la locuzione “Teoria del Complotto” è divenuta sinonimo di “farneticazione paranoide assurda e senza prove”.

Ed il “teorico del complotto” un pazzo farneticante.

Ma il termine “Teoria” indica semplicemente “un insieme di ipotesi volte a spiegare un dato fenomeno o la formulazione sistematica di principi scientifici/filosofici”.

Mentre per “Complotto” si intende una congiura, una cospirazione pianificata e messa in atto da alcuni individui o gruppi ai danni di altri.

Questo cambiamento di significato della locuzione è stato abilmente utilizzato al fine di screditare a priori una teoria (od una persona) davanti all’opinione pubblica, chiudendo la bocca al soggetto (e le orecchie al pubblico) in modo tale che le prove a sostegno non siano nemmeno analizzate.

Un metodo assai simile a quello usato da molte sette per impedire agli adepti di ascoltare “gli esterni” tramite tecniche di “blocco del pensiero” che etichettano determinati concetti o persone.

Il linguaggio è importante.
Anzi, fondamentale.

Perchè i pensieri prendono forma e si trasmettono da persona a persona proprio tramite questo “codice”.

Per questo motivo psicologi, pubblicitari, politici studiano da tempo il linguaggio (ed ovviamente il modo più conveniente per manipolarlo) al fine di influenzare singoli soggetti, target di vendita, ed ovviamente l’intera popolazione.

Anche quando il potere deve mentire per coprire verità scomode ricorre ad un attento uso delle parole volto a migliorare la cosiddetta propaganda.

Etichettando come un farneticante “complottista” chiunque non la pensi come loro…



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