Deflazione : il grande spettro (1)

Pubblicato il 21 Novembre 2004 da Veronica Baker


Deflazione : il grande spettro

Già dal 2002 sette autorevoli economisti europei firmarono insieme un appello alla Banca centrale, allarmati perché “‘la Germania era sull’orlo della deflazione”.

Deflazione : il grande spettro

Oggi i prezzi ufficialmente crescono appena dell’1.5-2% su base annua, in realtà forse sono già sottozero.

La memoria deve risalire agli Anni Trenta: la caduta generalizzata dei prezzi fu l’altra faccia della depressione ; dopo il crack di Wall Street del 1929 l’economia ci mise otto anni a recuperare e nel punto più basso (1933) i disoccupati erano il 25 per cento della popolazione attiva.

Ma la deflazione non è un ricordo dei bisnonni in Giappone, lì è una realtà quotidiana da anni.

WallSt1929

La disinflazione è virtuosa(e piace ai consumatori che si sentono più ricchi) quando è il frutto di innovazioni tecnologiche che consentono di sfornare nuovi prodotti a costi inferiori (questo è stato per anni un beneficio reale della New Economy).

Si trasforma in una deflazione pericolosa quando è la spia di più gravi squilibri : per esempio un’ alta capacità produttiva inutilizzata.
Fabbriche, macchinari e sviluppo tecnologico che girano al rallentatore o non girano affatto.

E conseguentemente,spese destinate alla ricerca ed alla sperimentazione scientifica in continua contrazione.

Alcuni settori tecnologici sono già in questo stato, per esempio le telecomunicazioni che hanno investito capitali immensi nelle fibre ottiche e in tutto il pianeta riescono a usarne a stento il 2 per cento.

L’industria dell’automobile negli Stati Uniti ha cercato di rimediare a questa “sovraccapacità” produttiva con sconti che hanno raggiunto il 10 per cento su molti modelli : così ha dato il suo contributo alla deflazione ; ma i consumatori hanno comprato solo finché duravano gli sconti, ora ne aspettano altri.

In Francia Peugeot-Citroen e Renault hanno fatto il pieno di immatricolazioni grazie soprattutto a forti sconti ed alla commercializzazione di veicoli che inizialmente erano previsti esclusivamente per i paesi emergenti.

Non cambia la situazione per la grande distibuzione, dove le previsioni di fatturato e di utili sono continuamente riviste al ribasso.

Carrefour negli ultimi 6 mesi ha rivisto per due volte al ribasso gli utili, visto che gli obiettivi di fatturato sono stati raggiunti solo con larghissime promozioni .
Lo stesso vale per Casino Guichard.

Metro ha presentato una trimestrale deludente, Karstadt Quelle è addirittura sull’orlo del fallimento e per poter andare avanti ha preannunciato massicci tagli all’occupazione (appoggiati dal governo tedesco), il che ha scatentato violente lotte sindacali.

Sempre in Germania,il caso più eclatante è quello di Volkswagen, dove gli operai e pure i manager del gruppo, in cambio di un posto di lavoro garantito fino al 2010, hanno accettato il blocco delle retribuzioni per ben 28 mesi più una misera una tantum di 1000€.

foglie al vento

Questa debolezza della domanda è una delle cause di deflazione.
Poi vengono l’impoverimento dei risparmiatori e la svalutazione della “ricchezza reale” delle nazioni, provocati dalla caduta del valore delle aziende.

La Borsa è un indicatore capriccioso e irrazionale.
Può essere influenzata da un gran numero di parametri,può muoversi semplicemente in base al sentiment degli operatori.
E’ un indicatore umorale,che di solito non è mai accordato alla reale situazione dell’economia.

Si dice che solitamente la borsa anticipa i cicli macroeconomici.
Io invece ritengo che la borsa sia un indicatore anticiclico.

Sicuramente in anticipo rispetto alla macroeconomia.
Ma nei top e nei bottom.

Forte ancora è il settore immobiliare, che in America finora ha resistito e ha salvaguardato in parte i risparmi delle famiglie.

Ma adesso Manhattan ha l’11 per cento di uffici sfitti, LosAngeles il 17, a Dallas il 30 per cento dei grattacieli sono vuoti.
La grande crisi giapponese cominciò così, dieci anni fa: prima venne giù la Borsa, poi il mercato immobiliare.

Il brutto della deflazione è questo: se ci si convince che durerà, allora conviene non far nulla e tenersi i soldi liquidi, perché domani varranno più di oggi.

Se tutti si comportano così l’economia si ferma.
È la “trappola della liquidità” che Keynes scoprì negli Anni Trenta.

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L’economia americana per la sua flessibilità è agli antipodi di quella giapponese, quindi è improbabile che segua lo stesso declino.
Ma molti esperti sostengono che le statistiche ufficiali trascurano l’incidenza degli sconti che ormai sono sistematici (per assurdo si potrebbe dire che i saldi natalizi sono cominciati ai primi di novembre).

Se i consumatori guadagnassero come prima, il loro potere d’acquisto si rivaluterebbe.
Ma non è così.

Molte aziende Usa nella recessione hanno congelato i salari, hanno cancellato le gratifiche di fine anno.
Le stock options dei manager valgono meno.

Ora i datori di lavoro per far quadrare i conti cominciano a tagliare anche la copertura sanitaria e i versamenti pensionistici.

Un altro danno della deflazione è l’illusione monetaria creata dal basso costo del denaro.
Con un tasso ufficiale della Federal Reserve attualmente al 2% per cento (ed all’inizio dell’anno era all’1%), tutti gli interessi sono calati.

I prestiti delle banche o delle carte di credito sembrano “regalati”.
Risultato : la gente si indebita ancora di più, aggravando uno squilibrio finanziario drammatico.
La famiglia media americana ormai deve destinare il 14% del suo reddito solo per rimborsare interessi correnti (mutuo escluso).

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Non è un problema solo americano, anche i debiti giapponesi e perfino tedeschi sono saliti a livelli di guardia.

Mentre un’inflazione alta aiuta i debitori, perché riduce il valore reale dei loro debiti, con la deflazione succede l’opposto : per quanto sia basso l’interesse, cresce il valore reale dei debiti e chi più ne ha più diventa povero.

Questa regola tra l’altro si applica all’America come nazione.
Il boom americano degli Anni Novanta è stato finanziato dall’afflusso di capitali stranieri.

Gli Stati Uniti hanno importato più di quanto esportavano. miliardi di dollari.
In un clima deflattivo quel debito diventa sempre maggiore.

A meno di un improvviso indebolimento del dollaro, che però destabilizzerebbe l’economia mondiale.

Ma il dollaro continua ad indebolirsi giorno dopo giorno.
Proprio perchè la bilancia commerciale americana continua ad aumentare mostruosamente (siamo intorno ad un passivo di circa 50 trilioni di $$).

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Ed all’amministrazione Bush, il dollaro debole piace davvero tanto,nonostante le dichiarazioni di facciata di Snow (“We desire a very strong US Dollar”…..) e di Alan Greenspan, che venerdì pomeriggio ha ammonito che il dollaro debole potrebbe causare la diminuzione del flusso di capitali esteri verso gli Usa (già,non ce ne eravamo accorti, difatti il Bund,future sull’obbligazionario EU quota intorno ai 118,ed il cambio €/$ intorno a 1.305…questo non significa minimamente che si debbano acquistare obbligazioni europee, ovviamente, ma semplicemente significa che la BCE non ha minimamente intenzione di ritoccare il costo del denaro,mentre la Federal Reserve sarà obbligata a rifarlo al più presto).

Naturalmente i mercati hanno immediatamente subito una flessione di circa un punto percentuale,anche se l’occasione ed il giorno in cui sono state fatte queste dichiarazioni (scadenze tecniche di Novembre) fa presagire per il momento una correzione tecnica e nulla più.

Vedremo nelle prossime settimane.

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Quali sono allora le prospettive per tutti noi ?

Abbiamo perso da tre generazioni la memoria storica dei danni della deflazione.
Dagli Anni Settanta anche molte banche centrali si sono abituate ad avere un solo nemico, l’inflazione.

Gli economisti ricordano all’autorità monetaria di Francoforte che “la deflazione è nociva per numerosi motivi” e la ammoniscono a “evitare politiche che spingono in quella direzione zone importanti dell’Unione”.

Quel pericolo lo ha intuito per primo il banchiere centrale degli Stati Uniti, Alan Greenspan.
Il premio Nobel dell’economia Milton Friedman (il padre del monetarismo) sottolinea che oltre a tagliare ferocemente i tassi d’interesse, la Federal Reserve sotto la guida di Greenspan ha fatto un’altra operazione, assai meno nota: ha inondato l’economia americana di liquidità con una espansione del 10 per cento della massa monetaria.

Anche se Greenspan non lo ammetterebbe mai, questo è un chiaro tentativo di fabbricare inflazione, per ridurre il peso reale dei debiti e sconfiggere lo spettro della grande “D”.

Ma facendo così,ha indebolito fatalmente il $$.
Che rischia di divenire ” carta straccia”.La prova più lampante di questo è la quotazione dell’oro, arrivata oramai intorno al 440$/oncia, ai massimi degli ultimi 16 anni.

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L’Euro non è certo aumentato perchè l’economia europea tira più di quella americana.
Anzi,siamo in una fase di contrazione economica,che verrà molto probabilmente aggravata dal fatto che le nostre esportazioni sono molto penalizzate proprio dalla forza dell’ €.

E la recente applicazione dell’imposta sul credito fiscale sui prodotti USA, che fino a qualche tempo fa ne erano immuni, non è che un palliativo,vista la repentina svalutazione del $ nei confronti dell’€ .

L’unico vero vantaggio dell’€ forte è stato che in questo modo abbiamo assorbito molto meglio di prima la crescita del costo delle materie prima e del petrolio.

Questo vale specialmente per noi italiani, che,se avessimo avuto la vecchia £, avremmo avuto il prezzo della benzina ben più alto del livello di oggi…una bella svalutazione della lira di un buon 20% non ce l’avrebbe tolta nessuno.

Ma tutto questo i nostri politicanti, di qualsiasi schieramento, non lo diranno mai.

banconote

Senza dire però la verità.
Il nostro potere di acquisto si è ristretto.

E l’inflazione bassa, in un contesto macro di questo genere, significa semplicemente deflazione.

La verità la avremo solo nel 2005, quando i nodi verranno al pettine.
Ma le premesse non sono buone.


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